Si crede, giustamente, che gli scrittori abbiano una grande immaginazione. Altrimenti come farebbero a costruire mondi fantastici, a dare voce a personaggi improbabili, e pure a raccontare l’essenziale della realtà, quello che è invisibile agli occhi?

Ma altrettanta immaginazione devono avere i lettori, che da una serie di segni nero su bianco, codificati secondo regole che non si ricordano neppure ma che sono state sufficientemente interiorizzate da consentire la decodificazione, da questa serie di segni costruiscono, nella loro mente, altri mondi immaginari, altri personaggi fantastici, altre rappresentazioni e riproduzioni della realtà.

È sempre sorprendente, quando si è chiuso un libro e si ha l’impressione di uscire da un mondo per entrare in un altro, di attraversare un passaggio che non è visibile ma è percepibile chiaramente, è sorprendente a dir poco rendersi conto che quel mondo da cui usciamo non esiste se non nella nostra immaginazione. Eppure ci ha provocato sentimenti di felicità e di rabbia, di dolore e di allegria, pari a quelli che proviamo nel nostro vivere quotidiano.

Così come è sorprendente che ogni lettore abbia immaginato personaggi e luoghi in modo diverso da un altro, a parità di parole, di segni e significati. Come dimostrano le trasposizioni cinematografiche, che inevitabilmente deludono chi ha letto il libro originale e gli ha dato la sua indelebile impronta.

Credo sia per questo che la lettura, una volta che ci si è preso la mano, non abbia paragoni con altre attività di intrattenimento. Evviva i libri!