Ho finito da pochi minuti un libro che stava sul mio comodino da parecchio tempo. La prima edizione, per Bompiani, è del settembre del 2018.

Stavo per diventare mamma per la prima volta e mi era balenato un pensiero felice: leggerò dei libri per mia figlia. E poi lei stessa, Agnese, un giorno potrebbe diventare una lettrice, chissà. Sulla letteratura per bambini e ragazzi (come pure su quella per adulti) sentivo di avere alcune lacune. E volevo recuperare. Sapevo che una delle scrittrici viventi per ragazzi più importanti era Bianca Pitzorno. Pluripremiata, eclettica, amatissima dai suoi lettori, Bianca Pitzorno per me era un nome immenso, una specie di montagna letteraria sulla quale non sapevo come arrampicarmi, da dove cominciare.

Per me era un nome immenso, una specie di montagna letteraria

Caso vuole però che appunto proprio in quel periodo, per me di ansia e magia, che accompagna gli ultimi mesi di una gravidanza uscisse questo libro: Il sogno della macchina da cucire. Una copertina delicata, tinte pastello e la promessa di essere un romanzo per adulti, l’ultimo esperimento in ordine cronologico della grande autrice sarda.

Cominciare dalla fine, dall’ultimo romanzo, a volte è una strategia possibile e così ho deciso di acquistarlo. Dopodiché, la vita mi ha coinvolta in mille modi e in altre letture. Fino a qualche settimana fa in cui ho deciso di immergermi una volta per tutte in questo universo.

Siamo a fine Ottocento in un’Italia che è ancora un po’ quella che ci rimandavano i nostri nonni, per chi è nato come me negli anni Ottanta. La protagonista è una ragazza, una sartina che eredita dalla nonna questo umile ma valido mestiere. Il suo lavoro e la macchina da cucire che le regala una delle sue clienti – che diventa poi sua mentore e amica – la portano a vivere diverse vicissitudini, ascoltare e testimoniare vicende scabrose e ad attraversare diversi incontri decisivi per la sua crescita e il suo destino.

Leggendo, pensavo a quante analogie esistano tra il cucito e la scrittura: la trama, il filo rosso, persino i punti, i risvolti, la stoffa. Ho trovato questa storia senza tempo anche se immersa in una cultura tutta nostra, patriarcale, classista, emotivamente incendiaria. E molto attuale. Il tema dell’attenzione a un abbigliamento più sostenibile, la cura per i tessuti e le creazioni fatte a mano è per così dire virtuosamente di moda, oggi più che mai. C’è anche, sottotrama ma senz’altro pertinente alla carriera dell’autrice, un forte focus sui bambini e la loro cura, il riscatto sociale e l’importanza del lavoro per l’emancipazione femminile e maschile. Ci sono personaggi molto interessanti, come Guido e la nonna Licinia, Assuntina, Ester, Zita: nomi e caratteri scelti con maestria e sagomati come davvero in uno studio di sartoria.

Consiglierei questa storia a chi cerca un’immersione

Consiglierei questa storia dalla lingua contemporanea e leggera a dispetto dell’ambientazione – a chi cerca un’immersione in quei racconti in cui ci si lega in particolare a un gusto del fare, si imparano termini tecnici e ci si appassiona con candore. Chiusa l’ultima pagina, viene voglia di cucire in ogni senso, perseguire un obiettivo, guadagnarsi la vita e magari crearsi un vestito su misura, che vada bene proprio per noi.