Per quanto potesse essermi stata raccontata come una favola, la storia di Pinocchio mi ha sempre messo inquietudine.

Credo di averla ascoltata dalla voce di mia madre in una delle tante febbri della mia infanzia e l’impressione che ho subito ricavato è stata di paura. Anche Pinocchio era disteso nel letto, ammalato come lo ero io, e non voleva ingoiare la medicina perché era troppo amara, faceva i capricci, urlava, strepitava, fino al punto da costringere la Fatina a chiamare prima i dottori a gran consulto – il Corvo, la Civetta e il Grillo, il solito pedante Grillo Parlante che aveva preso questo bimbo di legno come bersaglio della sua pedagogia! – e poi, con una teatralità da casa dell’orrore, i quattro Conigli neri pronti con la bara. Io sudavo di paura nel pensare che i Conigli se lo sarebbero portati via. Gli conveniva ubbidire, pensavo, si trovava accerchiato.

Pinocchio in lacrime con, ai lati, i medici e la Fata. Pinocchio, Carlo Collodi, Rusconi Libri 2002. Illustrazione copertina, Simonetta Marongiu

Al mondo non esisteva un bimbo più sfortunato

Forse è stata proprio quella situazione, che mia madre mi descriveva con tutti i particolari e me la mostrava in un libro illustrato – il letto, il cuscino, le coperte, la Fatina, i Dottori, i Conigli –, a farmi pensare che al mondo non esisteva un bimbo più sfortunato di Pinocchio. Poi mi chiedevo: ma se è fatto di legno, come fa ad ammalarsi tanto da ricorrere alla medicina? Non capivo come potesse coesistere la febbre e la tosse con la natura del legno, che ai miei occhi dava una certa solidità, sicuramene più della nostra carne.

La questione non si è risolta nella mia infanzia, anzi direi che è andata avanti nel tempo, nel senso che io all’idea di un avere un corpo di legno ma sentimenti umani ho continuato a pensarci fino a quando, una quarantina di anni dopo, ho letto un libro di un cardinale dove si diceva che Pinocchio assomigliava a Cristo: entrambi sono figli di falegnami e appartenenti a famiglie anomale, entrambi con un padre putativo, uno però ha la madre certa, l’altro no. L’idea funzionava. Come Cristo, infatti, anche Pinocchio ha avuto la sorte del profeta Giona, rimanendo tre giorni nel buio chiuso di una balena. E di nuovo come Cristo, anche il burattino di legno doveva morire per rinascere, perdere il suo corpo di legno e trasformarsi in un corpo di carne.

Alla fine di questo mio pensare, con un salto logico, arrivavo perfino a dire che Pinocchio poteva essere stato un oggetto fabbricato da Gesù quando lavorava nella falegnameria di Giuseppe, molti anni prima di mettersi a predicare nella Palestina: un giocattolo, un passatempo, un amico, un modo per capire come funzionano gli arti e le giunture, che sono la parte più meccanica del corpo umano, la più fragile, quella che si rompe spesso. Ma era solo un’emozione momentanea. La vicenda di Pinocchio, quella che mia madre mi leggeva mentre ero a letto con la febbre, l’aveva raccontata Collodi, non io, e Collodi aveva scritto che era stato Geppetto, non Gesù, a fabbricare questo burattino.

Qualcosa continuava a non convincermi

Era troppo evidente questa verità. Però ugualmente qualcosa continuava a non convincermi. Non credevo alla retorica pedagogica di un secolo come l’Ottocento che aveva presentato la storia del burattino nel trionfalismo di una nazione in cerca di cittadini onesti e bravi. Né ho mai pensato che la sua vicenda fosse quella esemplare del bravo italiano, tirato su a forza di precetti morali e insegnamenti paterni. Certo Le avventure di Pinocchio sono anche questo e la dimostrazione sta nell’enorme fortuna scolastica che il libro ha avuto tanto da diventare, accanto a Cuore di Edmondo De Amicis, il vangelo dell’infanzia.

Ma la scuola ha poco da spartire con la sorte di questo burattino. C’è qualcos’altro di meno evidente che tormenta la fiaba. Pinocchio non diventa un bimbo di carne grazie agli insegnamenti morali che sono pieni di eccessivo paternalismo e dei consigli che mastro Geppetto, la Fata, il Grillo Parlante gli rivolgono, non sa che farsene, non li tiene in considerazione, non li ascolta. Per diventare come noi deve passare dal ventre della balena, quel non-luogo dove finalmente mastro Geppetto ha trovato un surrogato di benessere e da cui non vorrebbe staccarsi più. Ci penserà il burattino a tirarlo fuori. Mastro Geppetto si limiterà a obbedire, come ha fatto all’inizio della storia, quando non è stato lui a cercare un figlio, ma è stato il figlio a sceglierlo come padre.

Nel mondo dove loro due andranno a vivere non ci sarà spazio per la memoria. L’acqua del mare ha lavato per sempre le scorie del passato che si portavano addosso, sottraendo ogni patina di nostalgia. Tocca a Pinocchio a salvare il padre (e non al padre educare il figlio) e, così facendo, salva se stesso.