Non tutti sanno che a Firenze, lungo l’Arno, ci si può imbattere nella misteriosa statua di un maragià indiano. Un busto singolare, che evoca pensieri d’Oriente e induce a chiedersi chi sia il personaggio raffigurato e, soprattutto, perché mai sia presente una sua statua così lontano dall’India.

Paolo Ciampi, curioso per natura, non ha potuto fare a meno di porsi queste (e molte altre) domande sulla vicenda. Dal suo prezioso lavoro di ricerca è emersa una storia inconsueta e con essa ha preso forma un libro originalissimo, Il maragià di Firenze edito da Arkadia.

Anche noi di PerfectBook siamo curiosi e così, dopo averlo letto, abbiamo posto qualche domanda all’autore per saperne di più.

Ciao Paolo, innanzitutto complimenti: Il maragià di Firenze è un libro davvero originale e piacevolissimo. Si dice che ogni libro sia un viaggio, e questo è particolarmente vero per i tuoi libri. Che viaggio è stato questa volta?

È stato un viaggio “da fermo”, perché tutto si è svolto entro pochi chilometri da casa mia, a Firenze. Per un anno sono andato a trovare la statua del maragià, e ne è nato un viaggio fatto con la fantasia, che mi ha portato in India, un Paese dove non sono mai stato. È stato un modo diverso per raccontare il tema del viaggio, un tema a me carissimo. Il viaggio è crescita, maturazione, scoperta, trasformazione interiore e non dipende dai chilometri percorsi. Stavolta è stato qualcuno a venire da me, il maragià: ho cercato di immedesimarmi in questo ragazzo, che per la prima volta arrivava in Europa e, con la sua sete di scoperta, mi ha permesso di guardare l’Europa con occhi diversi.

Paolo Ciampi

Pagina dopo pagina, il tuo rapporto con il maragià cresce sempre di più. Arrivi a rivolgerti direttamente a lui, a parlargli, fino a creare un rapporto davvero personale tra di voi. Se potessi prenderti una birra in riva all’Arno con lui, cosa gli chiederesti?

Bella domanda, bella domanda! Credo eluderei temi troppo impegnativi e pesanti, in fondo in un rapporto amichevole spesso non c’è bisogno di fare grandi discorsi. Forse proverei a chiedergli cosa gli sia passato per la testa prima di morire, chissà, ma più probabilmente preferirei semplicemente bere una birra con lui, guardando il tramonto sull’Arno e raccogliendo qualche sua impressione su noi europei, così strani agli occhi di un principe indiano. Forse gli farei qualche domanda più semplice, ad esempio sarei curioso di sapere cos’ha provato quando ha visto per la prima volta la neve, in Europa.

E lui, secondo te, da cosa sarebbe incuriosito?

Probabilmente sarebbe molto incuriosito dal fatto che un europeo, un italiano, un fiorentino come me desideri accompagnarsi a lui e saperne di più su un personaggio di cui è rimasta poco più che una statua. Proverei a spiegargli che da quella statua, da quella pietra, ho cercato di risalire alla storia di una vita, la sua. E poi proverei a spiegargli che a volte ci si può sentire più vicini a una persona vissuta un secolo e mezzo fa e distantissima culturalmente, rispetto alle persone che si hanno intorno.

Più volte, lungo la narrazione, tu stesso definisci la vicenda come “una storia che storia forse non è”. Perché?

Perché è una storia che complica ogni possibilità di essere raccontata: secondo i criteri della narrazione di solito c’è un inizio, poi uno sviluppo e infine una conclusione. Qui si parte dalla fine, anzi, c’è soltanto la fine, almeno inizialmente. Il nucleo della narrazione è il suo arrivo a Firenze, la sua morte e il suo funerale indiano. La sfida è stata quella di trasformare la narrazione in linea retta, che di fatto non c’era, in una sorta di sasso lanciato nello stagno, che produce onde che portano ad altre riflessioni. Insomma, è stato difficile tirar fuori una storia partendo dalla fine ma, al di là della retorica, non c’è mai fine nella fine.

Bella l’immagine del sasso nello stagno e delle riflessioni a cui si può arrivare anche “partendo dalla fine”. Tra le pagine del libro, in effetti, emergono continue riflessioni, rimandi e citazioni letterarie, poetiche e filosofiche. Possiamo dire che Il maragià di Firenze è anche un inno alla cultura?

Direi di sì. Ma più che alla cultura, è un inno alla curiosità. È un ponte verso un Paese e un continente lontani, affascinanti, che stimolano la mia curiosità. È anche un inno alla vita come mi piace che sia, una vita piena di domande che non segue linee rette bensì percorsi irregolari, cercando di cogliere le occasioni che si offrono per caso, un po’ come quando apri un libro e trovi numerosissimi rimandi ad altri libri, autori, luoghi e storie. Questo vale anche per i pensieri, ed è bene che i pensieri vaghino liberamente.

Paolo Ciampi, e l’amore per le due ruote

Se ai lettori restasse in mente una sola cosa dopo la lettura de Il maragià di Firenze, quale vorresti che fosse?

Bella anche questa domanda, è difficile rispondere! Vorrei che il lettore ricordasse quella notte di Firenze del novembre 1870, in cui i fiorentini furono meno sarcastici e irreverenti del solito. In quella notte, dopo che il Comune di Firenze aveva concesso lo svolgimento di questo rito indù (e si tenga conto che ai tempi non c’era una legge che permettesse la cremazione in Italia, quindi era un passo più ardito di quanto si possa pensare), il cittadino semplice di Firenze ci andò, manifestando in silenzio uno straordinario rispetto. È una cosa che mi rende orgoglioso come fiorentino. La capitale si stava trasferendo a Roma e Firenze si apprestava a “diventare più piccola”: proprio in quel momento si manifestò una dimostrazione di apertura culturale, l’apertura di cui c’è bisogno nel mondo di oggi.

Grazie Paolo, ci vediamo per una birra lungo l’Arno appena si potrà!

Volentieri, grazie!