PerfectBook incontra Matteo di Pascale

Il romanzo Il piano inclinato di Matteo di Pascale (Las vegas edizioni) è una storia moderna, che ritrae quei giovani che vanno all’estero per lavoro, una storia che provoca gli adulti mettendoli di fronte a riflessioni che li chiamano in causa, una storia abitata da passioni e ferite, desideri e speranze che hanno bisogno di ritrovare le coordinate.
Abbiamo intervistato l’autore per entrare un po’ più dentro il tema e i personaggi.

Dai brevi cenni di biografia che compaiono nel libro si evince che hai lavorato  come copywriter e designer in agenzie di pubblicità. Cosa poi ti ha spinto a diventare uno scrittore?

«Diventare uno scrittore». Si può davvero diventare qualcosa? Diciamo che scrivo da quando avevo sei anni e il modo migliore che ho trovato per pagare le bollette è stato fare il copywriter e designer.

Il piano inclinato pare poggi le basi su alcuni fatti autobiografici, vuoi per la professione del protagonista Francesco e vuoi perché per molti aspetti ci si può immedesimare, anche grazie alle domande che la narrazione fa sorgere. Questo richiamo è stata una scelta ben precisa o è arrivato in modo naturale?

Si racconta quel che si conosce, no? Ho messo giù quello che ho visto: amici che sedevano a cena e mi dicevano «Mi manca qualcosa ma non so cos’è». Volevo inquadrare una generazione di inquieti.

Matteo di Pascale

Francesco ha scelto di lasciare Milano per andare ad Amsterdam e provare a ricominciare da capo la propria vita. La città olandese è ben tratteggiata, specialmente nei suoi tratti più forti; tra le pagine si incontrano anche molti aspetti dell’immaginario collettivo su questa città. Quale peso ha l’ambientazione sulla storia e sulle vicende di Francesco?

In questo romanzo Amsterdam potrebbe essere Berlino o Londra o Hong Kong: è una metafora della velocità e precarietà con cui ha a che fare Francesco.

Questo romanzo sembra voler far duellare due anime: quella di chi ha lasciato tutto e non crea legami duraturi (Francesco si butta in molti rapporti occasionali) e quella di chi, pur allontanatosi, continua a interrogarsi o pensare al proprio Paese d’origine. Comunque, due anime che faticano a tenere il timone delle proprie scelte. Ecco il piano che si inclina. Cosa cerca Francesco davvero e cosa gli serve per riequilibrare la propria vita? La sua situazione può essere iconica di molti expat o hai deciso di dare vita a figure simboliche ed estreme?   

La situazione è iconica e per nulla estremizzata. Chiunque abbia avuto i tratti dell’expat – che sia andato all’estero a cercare fortuna o che abbia cambiato città o amicizie o lavoro, per bisogno di un “qualcosa di più” – si può immedesimare nel personaggio proprio perché non è irreale.

A chi consiglieresti in particolare la lettura de Il piano inclinato e perché? Ai millenial, agli expat o a chi è distante dai giovani che tu descrivi?

Di sicuro ai giovani (expat o non expat) che si sentono vivi e disperati allo stesso tempo, per essere meno autocompiaciuti e meno soli. A venticinque anni ad Amsterdam mi sentivo così e avrei letto Il piano inclinato molto volentieri. E poi ai genitori che non capiscono perché i figli sembrino delle trottole impazzite; non dico che dopo questo romanzo li comprenderanno ma potrebbero farsi un’idea!

Be First to Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *