Nel raccogliere i voli pindarici che precipiteranno, dopo accorta emulsione, in quest’elzeviro pregno di cogitazioni talvolta ctònie e talaltra corrive, mi sono dedicato con lubrìco piacere al sorbire il guizzante esito di fermentazione capace, estratto da luppoli e malti di terra natìa – e badate, trangugiato non dal boccale ontologicamente scontato all’uso della stessa, ma difilato dal recipiente in cui la GDO mi concede, previo adeguato compenso monetario, di prelevare e trasportare indi alla mia magione il prodotto succitato.

Eh?

Mi sono fatto una birretta, per schiarirmi un po’ le idee.

Così sì. Così si capisce.

Certo, grazie all’adeguato livello linguistico e a un’ottima dose di pazienza, molti di voi – facciamo tutti, eh, ho scritto cose tragiche e piuttosto fesse – sarebbero in grado di tradurre le sciocchezze che ho scritto poco sopra. Ma immagino, no, mi auguro persino, che la stragrande maggioranza mi avrebbero – per passare al precedente registro – suggerito di avviarmi solerte al vano adibito a latrina per evacuare il più possibile, e in mio stesso onore.

Questo perché stiamo parlando di comunicazione, cioè di far passare dei messaggi e dei concetti tra un gruppo di sinapsi – il mio cervello – e il vostro. E per quanto sembri scontato, l’importante è parlare bene, non ESAGERATAMENTE bene. Il tono di una discussione dovrebbe adeguarsi a un bel numero di parametri: il tema trattato, l’affondo specialistico con cui lo si vuole sviscerare, e non da ultimo – anzi! – le competenze e le possibilità di comprensione dei soggetti che discutono. Se ti dico qualcosa che non ti permetto di comprendere, semplicemente non ti sto dicendo nulla. E molto probabilmente, ti starai oltremodo rompendo le scatole.

Tutto questo sproloquio prende le mosse dalla mia fame di saggi, che in questa quarantena tocca vette inusitate (“ma un romanzo mai?” mi ha chiesto giustamente una persona che mi guarda come un alieno per questa mia fame di cultura, più che di storie: eh, magari poi). Nell’ultima settimana ne ho finiti tre, quattro se consideriamo un mesetto in più, molto ma molto diversi tra loro. Quello che li differenzia, oltre agli argomenti davvero distanti di cui si occupano, è proprio il linguaggio. Due erano pura divulgazione, abbordabili senza pensieri da chiunque abbia anche solo voglia di sentir parlare di qualcosa con competenza e di raggiungere l’ultima pagina con la sensazione limpida di aver imparato qualcosa. Uno era pur sempre divulgazione, ma ad un livello parecchio più alto per concetti espressi e per competenze richieste – ma scritto comunque con scorrevolezza e una terminologia il più possibile se non semplice, almeno raggiungibile. Il quarto era un testo molto specifico, ma per cui immaginavo di “essere in target” per studi e soprattutto passioni. Tutti e quattro questi testi avevano una foliazione striminzita, sotto le duecento pagine.

Comincio dall’ultimo: Neogeografia di Matteo Meschiari, un modo di ragionare sulla presenza dell’uomo nello spazio partendo dalla letteratura, “ripensare l’epistemologia della geografia e analizzare i testi come altrettanti laboratori di paesaggio” come recita la scheda del volume. Da Pasolini e Moravia a San Brandano, dalle canzoni di gesta alla Liguria in Moravia, ogni pagina smonta passaggi, frasi, costruzioni letterarie per trovarci tracce di paesaggio e rileggere così il rapporto tra uomo e territorio, su cui si basa la geografia, in una nuova ottica. Un argomento molto ‘mio’: tutto bellissimo, e diversi spunti davvero memorabili. Ma l’ho concluso – per carità, tra varie vicissitudini, ma comunque – in tre mesi. Centocinquanta pagine. Dai, non si può, davvero. Rileggere ogni frase tre volte, vivere col vocabolario a fianco per un eccesso di esoterismo linguistico… comprendo la necessità di terminologia filosofica spinta, ma per fare un esempio tra mille, è davvero necessario usare ‘ligustico’ per ‘ligure’? La sensazione di un abuso del linguaggio per tagliar fuori, o sottomettere il lettore, mi ha lasciato in un senso di impotenza stizzito. Quasi arrabbiato.

Mi ha trovato impreparato anche L’ordine del tempo di Carlo Rovelli, ma in un modo diverso: la fisica e la filosofia mi hanno sempre appassionato, l’argomento era davvero wow (cos’è il tempo veramente? E come va pensato su di noi e nell’universo? Come si manifesta?), l’aspetto smilzo mi ha solleticato gli entusiasmi… ma per quanto l’autore abbia fatto i salti mortali per eliminare il più possibile formule ed equazioni, per quanto sia riuscito nell’impresa per me titanica di tenere un linguaggio accessibile e persino accattivante, sono arrivato in fondo frastornato e con il sentore di aver ‘bucato’ troppi concetti importanti. Ecco, colpa mia: mi sono infilato in un pertugio troppo stretto per me, che in realtà sono più grossolano di quel che pensavo. Tutt’altra faccenda.

E veniamo agli ultimi due. Il primo, cronologicamente ultimo in realtà, è La nazione delle piante di Stefano Mancuso, vero luminare nell’ambito della botanica capace di cogliere aspetti che coinvolgono e appassionano anche i profani della fotosintesi – e killer di ogni forma vegetale a loro sottomessa. L’idea di una ‘costituzione delle piante’ mi solleticava, e devo dire che le 140 pagine scarse sono volate via tra ‘uh!’ e ‘ma dai’ in un giorno e mezzo. Lo so, non si possono fare confronti tra testi che non hanno lo stesso intento. Ma ehi, qui la questione è ben più facile di quel che si vorrebbe, come ci spiega il quarto e ultimo libro di cui vi parlo.

Potere alle parole, di Vera Gheno, ha avuto sin dalla sua uscita ottimi riscontri: “voce della Crusca” su Twitter, linguista di alto profilo ma senza scorbuticismi bellicosi, ci porta per mano nel magico mondo della lingua e del linguaggio, sciogliendo pregiudizi e arroccamenti come lievito di birra in acqua tiepida (metafora dettata dal momento storico, lo confesso). Lo so, ‘scorbuticismi’ non esiste: me lo sono permesso proprio perché leggendo il libro ho capito che qua e là, con criterio, è quasi lecito tentare nuove strade se comprensibili a chi è all’altro capo del dialogo e se le condizioni lo consentano. La lingua cresce e si evolve contaminandosi, ed è l’uso a dettare legge: il principio alla sua base non è estetico, ma pratico. E se vogliamo che il congiuntivo sopravviva, se piangiamo il morto quando sentiamo orrori verbali, se soffriamo quando maltrattano la nostra lingua, non abbiamo che da usarla al meglio: sta a noi mantenere ciò che dell’italiano amiamo parlando adeguatamente, conservandolo in vita come il lievito mad… dai, su, e basta.

Ma di contro, eccedere nella prosopopea causa l’”effetto Furio”: il terrificante personaggio ipocondriaco e sopra le righe di Carlo Verdone, incapace persino di porre semplici domande – ricordate la telefonata all’ACI? – o di regalare un banale Ti amo (“Magda tu mi adori? E lo vedi che la cosa è reciproca?”). 

Ecco. Altre 170 pagine bevute in un paio di giorni: il tempo successivo l’ho passato a riflettere molto sia dal punto di vista di autore – scrivere per bambini ti mette costantemente di fronte al dilemma del linguaggio da adottare – che oh, finalmente, anche da quello di lettore. Allora non è tutta colpa mia…