Credo che mi sia stato regalato al tempo in cui mi hanno tolto le tonsille. Un libro di dimensioni troppo grandi per le mani di un bimbo, un libro dalla copertina rossa e con dei fregi che ricordavano le palline per l’albero di Natale o le scarpe dalle punte arrotondate che indossavano i Sommi Sacerdoti nella processione del Giovedì Santo.
Poi bastava il titolo – Il Milione – per darti una sensazione di lontanamente vago che sembrava ripercuotersi nel tempo e nello spazio: un nome maestoso, imponente, che mal si accordava con la vicenda editoriale, secondo cui era stato Rustichello da Pisa, in un carcere, a raccogliere i ricordi di Marco Polo.
Milione era una cifra sproporzionata per le orecchie di un bimbo, richiamava le geografie che nessuno aveva potuto vedere, nessuno della nostra famiglia si era spinto fino in Cina, magari per il solo gusto di assistere al primo sole del mondo che sorgeva dal mare di oriente prima che in tutti gli altri mari del mondo. Milione esprimeva un valore economico a cui negli anni Settanta non eravamo abituati, ragionavano ancora in centinaia e questa dimensione di meraviglia e di enormità si ripercuoteva nel titolo del libro. Probabilmente è stata il medesimo incanto a spingere Edoardo Persico (un intellettuale che fu una bandiera nella Milano degli anni Trenta) a fondare una galleria d’arte in via Brera a cui decise di dare lo stesso nome: Il Milione.
Cosa ci faceva Marco Polo nella città dei Navigli? Non aveva importanza: Milano, come Venezia, poggia sull’acqua. Dunque si sarebbe trovato a suo agio. Ma questa storia del Milione a Milano l’avrei scoperta successivamente negli anni, in un’epoca di me ormai adulto, quando non era del tutto finito lo stupore del momento in cui, non potendo deglutire per le tonsille, mi regalarono il libro di Marco Polo.
Cammina, cammina… Quest’uomo non si stancava di guardare il mondo alla luce dei giorni e con le fiaccole che accompagnavano le sue notti, attraversava deserti, costeggiava muraglie, incontrava carovane e beduini, assisteva ai fenomeni dei fuochi spontanei fra la sabbia fino a trovare se stesso (quella parte di sé che non sapeva di avere, quella parte che sarebbe rimasta nascosta per sempre se fosse rimasto a vivere a Venezia) in una terra di cui conosceva a mala pena il nome, ma che, solo a pensarla così estrema, così inafferrabile, non poteva non amare. Che Marco Polo avesse rinvenuto laggiù, nei palazzi con i tetti a baldacchino, tra le finestre che avevano ornamenti come le scarpe dei Sommi Sacerdoti nella processione del Giovedì Santo; che avesse scovato proprio in quella geografia la condizione di uomo era l’aspetto che più mi colpiva del Milione.
Il suo non era stato semplicemente il viaggio di un mercante in cerca di fortuna. Aveva guadato il mare della propria solitudine, si era lasciato alle spalle i luoghi dell’infanzia per ammirare un’altra infanzia – quella del mondo, quella del sole nascente – e non sapeva di diventare così padre del mito di un oriente magico e favoloso, infinitamente aurorale, arrivato a me tramite la copertina di quel libro che avrei ricevuto dopo il taglio delle tonsille.
Quando sono partito dal luogo dove sono nato, in Lucania, per raggiungere la città dove avrei studiato, mi sono sentito anch’io – confesso – come Marco Polo che lascia Venezia per la terra di Kublai Kan. Non avrei trovato il sole nascente, ma ho incontrato anch’io carovane di sognatori mentre attraversavo le notti a bordo di treni e non di cammelli. Purtroppo non avrei incontrato nessun imperatore, non avrei imparato nessuna lingua sconosciuta. Però avrei provato, uguale a lui, il dolore di sentirmi estraneo a me stesso, tornando nelle stanze dov’ero nato.
Marco Polo aveva trovato fortuna in Cina, ma per i suoi concittadini, al rientro in patria, era una figura evanescente.
Be First to Comment