#CaraNatalia

Se potessi scriverle una lettera, la ringrazierei per essere stata come un filo di lana che ha attraversato tutta la mia vita. Per lo meno quella adulta, dai sedici, diciassette anni a oggi. Ricordo il giorno in cui la mia professoressa di italiano l’ha nominata la prima volta in classe. Erano gli anni in cui è tutto nuovo. E quel nome e quel cognome mi suonavano bene. Tanto il nome di battesimo, Natalia, mi dava un senso di rassicurazione, un nome dolce e materno che richiamava il Natale, il nascere, quanto il cognome, Ginzburg, mi restituiva una sensazione di autorevolezza, suonava colto.

Contrariamente a molti dei suoi lettori, non ho cominciato con il classico Lessico famigliare. Gli “sbrodeghezzi” e le intemperanze di casa Ginzburg per me sarebbero arrivati dopo, a sorpresa. Il mio primo amore, in quanto ai libri di Natalia, sono state le Piccole Virtù. Che titolo, ricordo di aver pensato (per poi scoprire che si trattava di un elogio alle grandi virtù, non alle piccole che evocava)! La raccolta di saggi, tutti toccanti e profondi, tutti gustosi e pieni di spunti, mi travolse come un’illuminazione. Mi portavo quel piccolo-grande libro ovunque, come un manuale di vita. Sognavo di buscarmi brutti raffreddori per poter stare a casa a leggere e rileggere quelle parole così limpide, così semplici, così – non si finisce di impararlo anche ora – decisive.

Il 14 luglio ricorre il centenario dalla sua nascita, e non posso non provare una punta di sana invidia per chi ancora non ha letto le sue pagine. Mi permetto di consigliare di cominciare dai Cinque romanzi brevi. Si conosce la Ginzburg quasi più per il suo “personaggio” in carne e ossa, ma secondo me in molti si potranno affezionare anche ai suoi memorabili personaggi inventati. Cercatela, scopritela anche adesso che ha cent’anni: la sua voce è cristallina come appena sgorgata dalla fonte.

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