Capitalocene è il titolo dell’ultimo libro di Silvio Valpreda, scrittore e artista pop, edito da Add. Il termine “Capitalocene”, nato recentemente, designa l’era in cui viviamo: un’epoca in cui i parametri fondamentali, quelli che regolano il pianeta Terra, non sono più biologici ma economici. In altre parole le cause della sopravvivenza o dell’estinzione di una specie, dell’insediamento umano in una zona del globo, della conformazione stessa del paesaggio e di infiniti altri aspetti sono principalmente di tipo economico.

Valpreda, servendosi di illustrazioni accompagnate da brevissimi racconti, conduce il lettore in un viaggio in giro per il mondo, nel tentativo di rendere evidente la tesi di fondo, ossia che viviamo nell’era del “Capitalocene”. Ci spostiamo così dall’Africa alla Scozia, dalla Norvegia a Miami, dal Giappone a un’isola disabitata per toccare con mano l’impatto del capitale su ambiente, società, usi e costumi. Un viaggio breve ma intenso, che lancia un messaggio inequivocabile.

Silvio Valpreda

Abbiamo intervistato l’autore per approfondire il concetto di “Capitalocene” e il messaggio che il libro intende trasmettere attraverso i suoi racconti.

Ciao Silvio, innanzitutto complimenti per il tuo lavoro: “Capitalocene” è un libro interessante e innovativo, che invita il lettore a riflettere sulle cause dei fenomeni che plasmano la realtà che ci circonda. Per cominciare, com’è nata l’idea di dedicare un libro al concetto di “Capitalocene”?

L’idea è nata dalla mia curiosità verso il mondo e dal desiderio di spiegare quel che vedevo. Di solito, il modo migliore per spiegare qualcosa non è tanto il fornire delle risposte, ma porsi le giuste domande: in questo caso, la domanda che funzionava meglio era “Quanto costa?”. Cercare una risposta a questa domanda porta con sé la possibilità di offrire una spiegazione e, inevitabilmente, conduce ad altre domande: “Perché le cose sono fatte in un certo modo? Perché qualcosa costa più di qualcos’altro?”.

Il libro è ricchissimo di foto e illustrazioni e si caratterizza per un uso innovativo del racconto. Si può dire che sia una vera e propria esperienza per il lettore e non una semplice lettura?

La parola, la fotografia e il disegno sono tre linguaggi differenti e complementari, e ciascuno serve a focalizzare un aspetto attraverso parti diverse del nostro modo di pensare. La parola, ad esempio, è più didascalica e serve a spiegare; la fotografia invece conferisce oggettività a quel che vediamo; il disegno, infine, permette di estrapolare un singolo aspetto della realtà e restringere il campo attribuendovi un valore simbolico. Sono modi diversi di ragionare e servono tutti quanti.

Se dovessi spiegare a un bambino il significato della parola “Capitalocene”, che parole useresti?

Premessa: un bambino non si rende conto che esistono concetti diversi per caratterizzare l’essere. Un bambino vive nel presente e non riesce a concepire che questo possa essere diverso dal passato o dal futuro. Detto questo, ogni bambino sa benissimo che fa delle cose per ottenerne delle altre, ad esempio compiacendo i propri genitori. Col tempo, però, si rende conto che queste azioni non rendono veramente felice né se stesso né i genitori. Con un bambino si potrebbe far leva su questo aspetto, cercando di spiegare che tutti noi facciamo molte cose pensando che ci facciano stare bene, ma che allo stesso tempo, nel farle, siamo condizionati da delle entità esterne che rappresentano dei vincoli e guidano le nostre azioni: una delle principali è il denaro, il capitale.

Immagino che i viaggi che hanno ispirato il libro siano stati delle esperienze interessanti e talvolta avventurose. Hai qualche aneddoto in particolare?

Ho fatto una vita tutt’altro che avventurosa, però molto girovaga. Mi viene in mente quando mi sono ritrovato a Miami senza aver previsto di restarci: avevo trascorso un periodo negli Stati Uniti e nell’America Centrale e, quando sono arrivato a Miami con l’idea di rientrare in Europa, delle difficoltà mi hanno costretto a trascorrere un periodo in città. Così ho affittato questo appartamento, per poi scoprire che era un luogo di villeggiatura invernale per pensionati canadesi e nordamericani in cerca di temperature più miti. In questo contesto particolare è nata un’osservazione altrettanto particolare, che è confluita in un capitolo del libro.

Sembra che il concetto di “Capitalocene” sia permeato da un’accezione negativa, cosa che peraltro potrebbe essere largamente motivabile e condivisibile. È davvero così?

No, in realtà non è così. “Capitalocene” è un termine coniato da un sociologo inglese, Moore, e propone una visione più ottimistica, ad esempio, rispetto al concetto di “Antropocene”. Questo perché, se pensiamo che tutti i danni che stanno portando alla distruzione di questo pianeta siano causati dall’essere umano, siamo portati a considerare due possibilità: o verrà distrutto il pianeta, o verrà distrutto l’essere umano. Se però ci concentriamo sul fatto che non è esattamente l’essere umano il danno per questo pianeta, ma alcune sue specifiche attività, ossia quelle economiche, allora forse si tratta semplicemente di andare a rivedere le attività economiche per non distruggere questo pianeta. Questo è in realtà fattibile, senza dover auspicare l’estinzione della specie umana per salvare il mondo. Insomma, è una visione molto più ottimistica!