Lessi I ragazzi della via Pál durante una delle tante febbri che accompagnarono la mia infanzia e, più della trama (di lo cui ricordo pochi particolari, tranne quello che mi faceva immaginare un enorme campo sterrato dove giocavano ragazzi della mia età), più della rivalità tra bande avversarie, che pure era un fatto normale a quell’età, rimasi colpito dai nomi: János, Ferenc, Pál, Csele, Nemecsek…

Da dove venivano questi ragazzi che potevano avere la mia età ma, a differenza di me, erano liberi nello loro scorribande dentro il campo sterrato, senza paura di raffreddarsi? Il libro aveva le pagine occupate da illustrazioni, che però davano una parvenza di malattia. Forse ero io a sentirmi troppo gracile per sostenere le immagini che riproducevano visi scolpito più dal sudore, magliette estive, pantaloncini corti, calzettoni arrotolati alle caviglie.

Quello che il libro raccontava doveva essere un paese lunare, contrassegnato dal colore azzurro che confondeva il disegno di una luna piena su un piazzale di terra, e in quella nazione, che distava da me lo spazio più lungo di un salto dietro a una palla, tutti gli abitanti erano tinti del grigio delle case. Quel che ricordo erano le corse di questi ragazzi, la guerra che si facevano in uno spiazzo abbandonato e, anche se non si capiva in che epoca fossero accadute le storie che riempivano le pagine del libro, in me cresceva la convinzione che i ragazzi stessero combattendo per qualcosa di irripetibile e di serio, come se dalle loro corse dipendessero i destini del popolo a cui appartenevano: un popolo oscuro come i suoni consonantici che uscivano nel pronunciare i loro nomi. Via Pál si spalancava davanti ai miei occhi come una immensa spianata di libertà.

Molti anni dopo, quando andai a Budapest, chiesi di vedere via Pál. Margit, la traduttrice ungherese dei miei libri, non mi portò lì direttamente. <<Prima devi capire l’anima di questa città>> mi disse. E si avviò lungo un marciapiede che a me, nel luglio in cui mi trovavo per la prima volta a contatto con quella lingua dolce e incomprensibile, parve non finire mai, tanto svoltammo a destra e a sinistra come su una scacchiera. Margit sapeva che io avevo un debole per le storie che non avessero mai una fine e volle rappresentarmi la città per quella che io avevo immaginato fosse, tanti anni prima, dalla casa sulll’appennino dove abitavo: un filo non lineare di caseggiati e finestre, un filo di esile memoria dentro un labirinto in cui mi sarei potuto perdere.

Durante quella passeggiata io vidi la facciata di un palazzo dov’era l’effige del grande Puskas, il grande calciatore della nazionale ungherese che alla finale ai campionati mondiali del 1954 mise due volte la palla nella rete della Germania Ovest, la prima volta a sei minuti dopo il fischio d’inizio e la seconda volta, all’ottantaseiesimo, nonostante la caviglia malridotta. La seconda rete era quella del pareggio 3 a 3, ma venne annullata e l’Ungheria perse la finale. Se avesse vinto, forse non sarebbe avvenuta l’invasione dei carri armati sovietici, due anni dopo. Ma la storia andò così. E quando con Margit arrivammo finalmente alla via Pál, fu come aver percorso la vicenda di una gloria sfiorata. Al numero 11 della strada trovai le statue dei ragazzi, nell’atto di giocare, esattamente come li avevo immaginato durante la mia febbre reumatica. I ragazzi stavano tutti lì, János, Ferenc, Pál, Csele, Nemecsek, fermi nel gesto di chi aspetta la vittoria.