PerfectBook incontra Lilia Carlota Lorenzo

Poter chiacchierare con uno scrittore è (quasi) sempre esaltante. Poter chiacchierare con uno scrittore il cui libro ti è piaciuto da morire lo è chiaramente ancora di più.

Reduce dalla spassosa lettura di Il cappotto della macellaia (Mondadori) rivolgo qualche domanda a Lilia Carlota Lorenzo. Nata in Sudamerica, è una donna con una vita a dir poco movimentata che ha vissuto sia in alberghi di lusso che in “topaie” e ha frequentato sia gli indios del Chaco sia le più blasonate famiglie borghesi…

Il cappotto della macellaia

Il libro racconta con grande ironia anche dei momenti non certo allegri. Quanta importanza ha l’umorismo nella sua vita?

Ho scoperto che l’umorismo è un pregio e non un difetto solo da adulta. Colpa di mia madre. Stufa di mio padre, uomo molto frizzante a cui piacevano le barzellette, gli amici, le feste (ma anche le bische e le corse di cavalli che portarono la famiglia alla rovina), mia madre viveva urlando che lei il senso dell’umorismo non ce l’aveva e che detestava tutto quello che avesse a che fare con quelle idiozie. La cosa assurda è che senza saperlo aveva un gran senso dell’umorismo, mia madre. E guai a chi non ce l’ha. Poi, se si aggiunge un po’ di humor nero, per me è il massimo.

È stato difficile rendere umoristico il racconto di un omicidio?

Direi di no, probabilmente perché l’umorismo a cui accenni deriva da situazioni forse un po’ grottesche ma reali. Mi è venuta in mente una storia che ho sentito l’ultima volta che sono stata in Argentina. È accaduta tanto tempo fa, ma ci sono ancora dei testimoni piuttosto attendibili. Nella faccenda c’entrava un morto. Due famiglie si contendevano la salma. Piena notte, sono venuti i contendenti di una parte a riprendersi il morto per portarlo a casa loro. Il fatto è che, tira di qua molla di là, la bara è finita per terra, o meglio in mezzo al fango perché addirittura pioveva. I protagonisti di questa storia erano arrabbiati e anche addolorati, ma a qualcuno che ascolta magari viene da ridere.

Riuscire a farsi pubblicare da un editore importante come Mondadori è stato soddisfacente come la scorpacciata di Pagnottina dopo le due settimane di dieta?

Sì. Una gran bella soddisfazione. Ma non credere che sia stata io a contattarli mandando il manoscritto come si faceva nel secolo scorso. Questo libro è nato con la camicia, come dite voi italiani. Prima è stata una piattaforma spagnola a scoprirlo e portarlo alla Fiera Internazionale del Libro di Bogotà nel 2012, ma la mossa vincente è stato metterlo su Amazon grazie al selfpublshing. Ha avuto subito un successo strepitoso che non avrei mai immaginato. È rimasto un anno fra i bestseller ricavandone circa 200 recensioni con una media di 4 stelle. Per quello Mondadori ha deciso di pubblicarlo, mica per la mia simpatia.

A quale dei personaggi del libro somiglia di più? A quale invece vorrebbe somigliare?

Direi che assomiglio abbastanza alla vedova Manchú, la stramba telefonista di Palo Santo, che non esce mai di casa, tutto il giorno in vestaglia senza farsi vedere da nessuno. Io preferisco il pigiama, ma per il resto siamo uguali; esco di casa solo quando il frigo è vuoto e ho solo amici virtuali. Invece a chi mi piacerebbe somigliare? Sicuramente alla bella merciaia Solimana, non solo perché è bella e ha tutti i maschi dietro ma anche perché è tanto coraggiosa. Di un coraggio tale che nessuno a Palo Santo poteva immaginare…

Il libro è pieno di descrizioni così vivide da sembrare già una sceneggiatura cinematografica. Le piacerebbe se diventasse un film?

Credo che descrivere situazioni e personaggi così vividi come dici tu, si debba al fatto che collego i personaggi dei miei romanzi alle persone in carne e ossa conosciute nel corso della mia vita, e cambiando 34 indirizzi come ho fatto io, di persone se ne conoscono tante. Quindi li vedo e ascolto mentre scrivo. Il mio libro un film? Sarebbe la cosa più godereccia per l’ego di un autore! Sai che non sei il primo che me lo dice. Più di un lettore me lo ha fatto sapere nelle recensioni. Speriamo che Tornatore legga questa intervista, o meglio il libro! 😉

Il cappotto della macellaia è sboccato, esilarante e politicamente scorretto. La sensazione è che lei si sia divertita da pazzi a scriverlo. Sbaglio?

Bravo! Mi sono veramente divertita. Forse perché scrivo come parlo. Non sono capace di usare belle metafore né fare personaggi troppo buoni. Nemmeno potrei mai scrivere un romanzo rosa. Finirei per far morire uno dei due così nessun editore prenderebbe il mio libro. Poi, brutto da dire, ma siamo più cattivi che buoni. Per forza, visto che appena ci sbattiamo in quella giungla che è la vita dobbiamo difenderci con le unghie e con i denti per riuscire a cavarcela, così man mano diventiamo egoisti, diffidenti, persino invidiosi quasi senza rendercene conto. Però, quando ci siamo fatti il pelo, tendiamo a nascondere i panni sporchi diventando piuttosto noiosi e scontati. Sai, della serie: mia figlia è brava, mio nipotino è un bambino meraviglioso e via dicendo. Personalmente, i panni sporchi mi piacciono da matti e ne scrivo volentieri.

Uno o più libri da consigliare come lettura estiva a tutti coloro che leggeranno questa intervista?

Il Cappotto della Macellaia assolutamente. A parte gli scherzi (mica tanto!), consiglierei di rileggere, o leggere se qualcuno non lo ha ancora fatto, il giallo più bello di tutti i tempi: Il nome della rosa. Anche se sarebbe meglio lasciarlo per l’inverno, magari per quando piove, da leggere a letto con la luce accesa. Per questa estate, se qualcuno non lo ha ancora letto, consiglio un libricino delizioso: È stato così, della meravigliosa Natalia Ginzburg.

Grazie a Lilia per il tempo che ci ha dedicato.  A me resta il rammarico di non potervi far ascoltare il suo delizioso intercalare fatto di espressioni spagnole e buffi giri di parole in italiano che la rendono ancora più simpatica di quanto già non lo siano le sue risposte.

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