PerfectBook incontra Alessandro Zaccuri

Alessandro Zaccuri
Alessandro Zaccuri

Nel romanzo breve Lo Spregio lo scrittore e giornalista Alessandro Zaccuri racconta sentimenti che scavano l’animo dell’uomo (inteso qui primariamente come essere maschile) lasciando nel lettore l’eco di una profondità che si può continuare a sondare grazie a nuove porte che la sua narrazione ha aperto, così come lo stesso autore ha provato a varcarle. Il libro, edito da Marsilio, è ricco di spunti di riflessione e l’intervista a Zaccuri, che si apre raccontandoci inoltre quali letture sono state decisive per la sua formazione, permette di penetrarne la genesi e la trama.

Da dove nasce l’idea del romanzo Lo spregio? Sei partito da un fatto o dalla caratterizzazione di un personaggio?

Sono partito da un’immagine, quella di un uomo temuto da tutti, infame in senso tecnico (cioè con una cattiva fama), che a un certo punto si ritrova davanti a un neonato indifeso, lo prende in braccio, lo fa diventare suo figlio. Non diventa buono per questo, ma per la prima volta corre il rischio della bontà.

Nel libro racconti il rapporto padre-figlio non come conflitto generazionale, quanto piuttosto nella forma particolare dell’emulazione. Perché scegliere questa strada?

Come i miei precedenti, anche questo è un romanzo in cui trovano molto spazio i sentimenti maschili, di solito poco raccontati e, proprio per questo, dirompenti nel loro andamento sotterraneo. L’emulazione è un atteggiamento molto maschile, che adopera la smania di primeggiare come un paravento. La posta in gioco resta nascosta a tutti, perfino per ai giocatori.

La tua narrazione si avvale di una scrittura intensa ma essenziale. E’ volutamente ricercata per questa storia o senti che ti appartiene a prescindere?

Per quanto mi riguarda, penso che ogni libro abbia diritto a una sua lingua, un suo stile. Allo stesso modo ciascuno dei personaggi si esprime a modo suo, con una voce che appartiene a lui e a lui soltanto. Lo spregio per me non poteva avere che questa essenzialità, anche perché è una storia che punta all’essenziale.

Durante la scrittura del romanzo hai mai pensato a quale target di lettori il libro sarebbe piaciuto? Uno scrittore, durante la stesura, mette al primo posto la storia o tiene ben presente ciò che vuole veicolare con la storia?

Confesso che, in questo caso, il libro è nato da un’esigenza tutta personale. L’ho scritto in pochi mesi, quasi sotto dettatura, senza pensare a un lettore preciso. Credo che possa interessare a chi ama un certo tipo di romanzo breve, nella tradizione della Promessa di Dürrenmatt.

La copertina del libro rappresenta la figura di Lucifero, un’immagine un po’ inquietante come “biglietto da visita”. Come è avvenuta la scelta?

È l’angelo ribelle così come lo immaginava Milton nel Paradiso perduto. Uno dei personaggi principali si chiama Angelo, il racconto ruota attorno a una statua dell’arcangelo Michele ed è, in definitiva, la storia di una caduta. Come quella di Lucifero, appunto.

Alla luce del tuo romanzo, quale augurio ti senti di fare ai padri e ai figli che si accostano alla lettura di Lo spregio?

Di non rinunciare a parlarsi, di cercare sempre di capirsi. E di accettare che, quando capirsi è impossibile, ci si può comunque perdonare.

Cosa significa per te leggere e quali sono due libri che ti hanno fortemente segnato come lettore?

Leggere, come scrivere, è un modo di guardare al mondo. Il libro che mi ha formato più di ogni altro è Moby Dick di Melville, letto da adolescente. Verso i vent’anni, quando ho trovato il coraggio di affrontare Ulisse di Joyce, ho coltivato per un po’ l’idea che fosse ormai inutile scrivere nuovi romanzi. Poi mi è passata, però ha influenzato la mia mentalità.

Commenta per primo

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *