PerfectBook incontra Alessandra Minervini

COPERTINA_ov copiaAmore e musica, mancanze e ricerca della felicità, parole a lungo taciute e ascolto delle proprie emozioni: sono questi i principali ingredienti del romanzo Overlove di Alessandra Minervini (LiberAria Editrice). L’autrice ci fa entrare tra le maglie della narrazione, ci conduce alla scoperta del proprio mondo interiore che l’ha portata a scrivere la storia di Anna e Carmine. Un’intervista che, quasi come effetto di un flusso di coscienza, racconta la lunga gestazione dell’opera e l’intensità e il desiderio con cui questa è stata affrontata: scrivere – ci dice Minervini – è un processo creativo imprescindibile dalla conoscenza di sé.

Overlove, il titolo, riprende il cuore del tuo romanzo: Anna, per troppo amore, lascia Carmine. Perché arrivare a questo punto? Lo fa per salvare se stessa o per salvare chi ama?

All’inizio del romanzo la protagonista, Anna, dice “Basta”. Lasciare Carmine è una delle prove d’amore più oneste che lei possa compiere. Non è tanto una separazione, che mentalmente non avverrà mai, quanto un abbandono. In apparenza sembra che la scelta sia per salvare se stessa: “Quando si fa schifo bisogna stare da soli”. In realtà, andando avanti, le scelte dell’uno e dell’altra mostrano che ci si può lasciare non per salvare se stessi ma per salvare il proprio amore. L’amore, nel romanzo è così, non corrisponde necessariamente ad aver trovato la soluzione a tutto. Anna vive un amore troppo grande, più grande del contesto a cui appartiene, più grande anche di se stessa al punto che, non riuscendo a superare i propri limiti, molla. La storia con Carmine diventa una rinuncia invece che una salvezza. Overlove è un amore che non salva nessuno se non l’amore stesso. amare non basta. Poi bisogna stare insieme, e le cose sono molto diverse.

Una frase ci è rimasta impressa e ci fa riflettere: da un lato la condividiamo, dall’altra ci pare troppo assoluta. “La felicità arriva da una mancanza”. Cosa è per te la felicità?

La frase poi prosegue con “Se non ti manca mai niente non sei felice”. Non è la prima volta che mi fanno questa domanda alla quale ho imparato a rispondere grazie a chi me l’ha posta. Perché so cosa scrivo e come, ma a volte non riesco totalmente a visualizzare da dove vengono le mie visioni, a quali risposte corrispondono. Nel romanzo agli sgangherati personaggi manca qualcosa o qualcuno: una parte di sé, un genitore, una figlia, i soldi, la propria terra, l’amore, il successo, il cibo, l’infanzia. Questo è esattamente il mondo che volevo raccontare: una storia che si costruisce sulle mancanze, che fa delle macerie materia di vita. Come si sopravvive a queste mancanze? Cercando la felicità. Un pensiero, che mi rendo conto, nella vita non può essere abbracciato in modo netto: non necessariamente bisogna aver perso delle cose per essere felice e, nello stesso tempo, la felicità non è necessariamente un percorso da compiere. Ma nel romanzo sì. I personaggi sono abituati a essere circondati dalla facilità della vita e in qualche modo a non comprendere quanto questa corrisponda ad una apparente felicità materiale e materialistica che può svanire da un momento all’altro. Per questo sono costretti a fare i conti con quello che non hanno più, con la parte peggiore di se stessi, per riuscire, forse sì e forse no, a riappropriarsi di un’esistenza felice. Per quanto riguarda me considero la felicità, in questo momento, il tema del nuovo romanzo che ho iniziato a scrivere questa estate. Poco altro.

Alessandra Minervini cit

Ogni tanto si incontrano dei capitoli lunghi appena qualche battuta, botta e risposta, intitolati con una parole e non con un numero come avviene per gli altri. Sembrano delle parentesi: non distolgono l’attenzione dalla narrazione, ma focalizzano un’emozione. Scelta puramente stilistica e narrativa o dietro c’è di più? Raccontaci qualcosa della genesi del libro… 

Sono frammenti che ho inserito alla fine della stesura del libro. Erano da qualche parte nascosti, tra lettere e diari e appunti, e ho deciso di liberarli. Sono le voci fuori dal coro e sono anche il Coro del romanzo. Le ho immaginate come le voci interiori di tutti i personaggi. Ogni frammento potrebbe essere un dialogo tra Anna e Carmine ma anche tra Blowie e Blondie o tra Nunzio e Carla. Mi piacerebbe che poi diventassero anche le voci interiori dei lettori e in qualche modo è successo, sta succedendo e ne sono contenta. Per quanto riguarda la genesi. Il libro l’ho iniziato nel 2012 ed era tutta una un’altra storia, anche se Anna, Carmine e l’ossessione per la mancanza erano già presenti. Tanto è vero che il romanzo si chiamava proprio così: “La mancanza”. Per me è importante prima focalizzare le visioni e i sentimenti che voglio raccontare e poi la trama. Viene prima la storia, tutto quello che compone una narrazione, e poi il plot vero e proprio. Anche come lettrice del plot mi importa poco. Io voglio vedere le ferite, le gioie, voglio essere negli occhi di chi scrive e di chi mi legge. E per fare questo non occorre una trama specifica, occorre molto lavoro su stessi e sul proprio sguardo sul mondo. Ho scritto per quasi tre anni, ma solo quando ne sentivo la necessità. Cioè, quando un personaggio o un’immagine diventano pensiero e quindi parole. Non scrivo ogni giorno, non saprei cosa dire a me stessa. Nel periodo iniziale ho lavorato con Gessica Franco Carlevero che mi ha aiutato a indirizzare lo sguardo su quello che mi premeva raccontare. Spesso la materia narrata ci sfugge per tanti motivi, primo di tutti: la paura del giudizio nostro e degli altri.

La musica è quasi una protagonista del tuo libro, è uno dei fili che lega Anna e Carmine. Cosa rappresenta per te e perché hai deciso di inserirla in modo così forte nel romanzo?

Se c’è una cosa che non avrei mai voluto il mio primo romanzo fosse era: un romanzo con tanta musica. Bene, per la serie si teme ciò che si ama, è andata proprio così. La musica per me è importante nella misura in cui mi fa scoprire nuove possibilità di ascolto del mondo interiore ed esterno. Mi sintonizza su canali emotivi e percettivi molto delicati e intimi. Infatti, pur amando il rock indie e pop, sono sempre stata onnivora musicalmente. La musica è una forma di comunicazione che di solito acquisisco attraverso altre persone. Mentre la scrittura è la mia personalissima ricerca e trasformazione interiore, la musica mi trasforma attraverso gli altri, è come se fosse il mio io esteriore. Quindi rappresenta conoscenza e curiosità, apertura verso il mondo. E mi sono infatti divertita a costruire il rapporto tra Carmine e Anna attraverso la musica: lui che la considera il suo sacro rifugio e lei che non riesce più ad ascoltare nemmeno una nota per non ricadere nel suo “overlove”.

Il romanzo è ambientato in Puglia: tratteggi la tua terra fuori dai luoghi comuni, con molto realismo che vibra di quotidianità ma anche con un velo di malinconia che può sentire specialmente chi la ama nel profondo e la vede cambiare. Come hai deciso quali sarebbero state le quinte della storia e a quali aspetti hai voluto dare risalto?

Ho avuto qualche difficoltà a visualizzare subito i luoghi del romanzo. Un po’ perché mi soffermo poco sulle descrizioni, anche come lettrice, e prediligo storie dove siano le voci dei personaggi i veri luoghi da visitare. Scrivendo ho immaginato che Anna e Carmine dovevano muoversi dentro la malinconia di un acquerello, mi sembra la forma più adatta per mostrare la mia Puglia. Più di quanto possano fare una cartolina o una foto di una rivista. Fatto sta che non riuscivo a descrivere, a definire l’ambientazione esterna. Poi sono stati i personaggi che mi hanno mostrato i luoghi che, pur conoscendoli bene, non riuscivo a mettere a fuoco: restavano dentro di me. Adesso sono dentro il romanzo. Sono luoghi vuoti, spesso deserti, ma pieni di autenticità. Una Puglia senza trucco, come una donna bellissima appena sveglia. Sono contenta che questa estate alcune lettrici siano andate alla scoperta di uno dei luoghi assoluti che apre il romanzo: la cava di bauxite vicino Otranto. Se non ci siete stati andateci (dopo aver letto il romanzo).

Cosa auguri ai lettori che prendono in mano il tuo libro?

Spero possano incontrare personaggi nuovi, situazioni divertenti, sentimenti autentici e soprattutto le proprie parole, forse taciute e riemerse dopo la lettura. Esattamente quello che è successo a me scrivendolo: ho inventato totalmente una storia ma quando la rileggo mi sembra di averla vissuta. Insomma, come dice una grande scrittrice citata anche nel romanzo, Anna Maria Ortese: “Scrivere è cercare la calma, e qualche volta trovarla. È tornare a casa. Lo stesso che leggere. Chi scrive e legge realmente, cioè solo per sé, rientra a casa; sta bene”.  Mi piacerebbe che leggere questa storia fosse un po’ come rientrare a casa.

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