#vestitodeilibri

C’era anche un vecchio boogie di quel ruvido furbacchione di Bo Diddley che lo affermava chiaramente: ‘You can’t judge a book by looking at the cover’, cantava sornione mentre la sua strampalata chitarra rettangolare ruggiva a sprazzi. Un libro è ben più dell’involucro che lo contiene, sembra scontato, è quasi banale; ma non per questo però si può prescindere dal modo in cui si presenta al mondo, ed è una considerazione altrettanto scontata. Il fatto è che da lettori, tutti generalmente siamo portati a suddividere l’universo delle cover in due grandi – un po’ troppo – categorie: quelle belle, quelle brutte. Che in effetti ha già un senso: entriamo in libreria, guardiamo gli scaffali, la prima scelta è sempre su qualcosa di gradevole d’aspetto. Desideriamo un libro, entriamo in libreria, lo cerchiamo, cavoli che copertina orribile!, eppure cercavamo quel contenuto e ce la facciamo andar bene.

Solo che la questione è molto più ampia, e mi è capitato in questi giorni di affrontarla sfogliando un libriccino minuscolo ma molto denso: Il vestito dei libri, scritto da Jhumpa Lahiri. È la trascrizione rivista e ampliata di una lectio magistralis che l’autrice bengalese, da anni in America, ha scritto direttamente in italiano: perché ha vissuto a lungo a Roma innamorata della nostra lingua, ebbene sì. In una sessantina di pagine scarse, Jhumpa salta – scusate l’imbarazzante gioco di parole – fra le diverse anime che la abitano: è autrice, quindi ragiona sulle copertine dei suoi stessi libri. Ma è anche lettrice, naturalmente, e quindi valuta quel tipo di sensazioni. Infine, è figlia di bibliotecario, e lì si sa che le copertine fanno una fine tragica.

Da autrice, racconta di non aver praticamente mai conosciuto gli artisti e i grafici che hanno lavorato al prodotto; non sa nemmeno se abbiano davvero mai letto il libro, in verità. Racconta della simbiosi tra Virginia Woolf e Vanessa Bell, sua sorella, che dipingeva le copertine dei suoi volumi dopo aver ascoltato dalla voce dell’autrice un riassunto della storia; racconta degli stereotipi in cui si è imbattuta lei stessa, per cui da indiana ha ‘subito’ mani con l’henné, elefanti, spezie e quant’altro; racconta di come, viaggiando nelle traduzioni, il suo libro fosse differente in ogni paese.

Da lettrice, dedica molto spazio all’eleganza ‘in divisa’ delle collane, tra cui cita spesso la Piccola Biblioteca Adelphi, e della gratificazione visiva del disporle con cura negli scaffali a dispetto della praticità del reperire un titolo. L’altra mattina riflettevo che persino le cover più terribili, in un’ottica di collana, assumono una dignità inequivocabile: pensate al trionfo del kitsch più ingombrante che l’umanità abbia mai prodotto, gli Harmony. Una collana appiana, modella, dà un senso, prende con sé. In una collana, un libro è automaticamente ‘autorizzato’, validato, vidimato. Come una divisa, appunto: da un lato perdi di autonomia, dall’altro sei parte di qualcosa di grande.

Da bibliotecaria, infine, ha provato spesso il piacere del ‘libro nudo’, privato di una copertina per praticità o per usura, e l’ha trovato emozionante ma commercialmente ben poco valido.

Sono molte le riflessioni, ne ho fatte mie il più possibile tanto da lettore che da autore – a me è sempre andata bene, anzi, benissimo: chi l’ha fatta ha anche sempre illustrato il testo, lo ha conosciuto bene, gli ha dato vita e l’ha fatto suo al massimo delle possibilità. Per chi scrive è una questione essenziale, una copertina ‘sbagliata’ (che è differente da brutta…) è come una foto sbagliata sulla carta d’identità. Non parla di te, è il paio di jeans di una taglia troppo stretta, la foto che ti hanno scattato mentre eri distratto e magari in condizioni deprecabili.

Per chi legge, invece, la faccenda ruota intorno all’acquisto, certo, ma anche alla disposizione in casa, che è ciò che più mi affascina. Da me, per un po’ abbiamo tentato l’ordine alfabetico per autore in barba a qualsiasi principio. Ora è più un affastellarsi degli ultimi arrivati e insomma, sì, un disastro. Ma quanto contano le copertine per la vostra libreria? Dite dite, sono curioso…

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