#senzastoria

“Vorrei tanto vivere come in un libro”, una di quelle frasi che mi fanno sempre un po’ rabbrividire. Perché d’accordo, sono un po’ cinico, ma quando lo sento dire mi immagino situazioni estreme: che ne so, Il pasto nudo, Ma gli androidi sognano pecore elettriche se va di lusso, se sei particolarmente sfortunato rischi Madame Bovary e finisce tutto in ecatombe. Diciamo che siamo piuttosto fortunati se spesso la vita NON va come in un libro, anzi. Perché innanzitutto non saremmo pronti a subire ogni sorta di angherie e difficoltà a cui gli autori sottopongono i loro personaggi – ‘siate sadici’, diceva Kurt Vonnegut in una delle otto regole di scrittura creativa su cui ha sempre basato i suoi scritti – e avremmo vite troppo piene o troppo vuote, troppo meschine o troppo geniali, affollate o desolate. Vivremmo a tavoletta situazioni illogiche o estemporanee, ci faremmo travolgere dalla potenza della storia o da un semplice pranzo; oppure rimarremmo sopraffatti dalla quotidianità routinaria, o da una trama complessa che mira inevitabilmente a una soluzione strepitosa ma raramente reale. Che dite, sono un po’ troppo drammatico? Chissà.

Una cosa è certa: non so la vostra, ma la mia esistenza raramente ha una trama. Non è di sicuro un romanzo, anzi. “Il romanzo di una vita” è una farsa, via. Anche a racconti sciolti non andiamo bene, francamente: non sono poi molti i momenti della mia vita che abbiano avuto un inizio e una fine intesi in senso letterario, se escludiamo Carver come riferimento. Diciamo che la maggior parte di noi affastella eventi, situazioni, contesti, rapporti umani in quantità più o meno differente, con attitudine più o meno differente, con passione e affetto più o meno differenti. Ecco perché se proprio (SE PROPRIO) immaginassi “una vita da libro” penserei a qualcosa in cui la trama non esiste, ecco. Me ne vengono in mente due in particolare, che raccontano l’adolescenza (il primo) e l’affaccio all’età adulta (il secondo) schivando in maniera più o meno agile il plot che prevede un’introduzione, il decorso, l’intreccio, eccetera. Entrambi sono una sequenza di accadimenti, di piccoli episodi, di momenti, tutti allineati in una sequenza che sfida peraltro anche la banale cronologia, per ribadire il concetto che ehi, non parliamo di ‘storia’ per favore!

Il primo è Paddy Clarke ah ah ah!, di Roddy Doyle: la travolgente, confusionaria, difficilissima e a tratti anche tragica vita di un ragazzino irlandese degli anni Sessanta. Fra scherzi continui, tentativi di arrabattarsi, difficoltà da superare e tante risate, ora grasse e ora amare, la gang di protagonisti attraversa gli anni agendo, facendo cose, esistendo. Quando l’ho letto ho pensato: dai, ma non si capisce niente. Non ha senso. Non è né carne né pesce. E invece poi mi sono riguardato con più attenzione e ho capito che forse il buon vecchio Roddy aveva raccontato davvero la vita meglio di molti altri narratori, proprio per averne sbeffeggiato la consequenzialità.

E l’altro è un libro che ho degustato poco per volta, perché in prima battuta è così ristretto che con un po’ di impegno si sbrana in due o tre giorni; e poi perché conoscevo a memoria il film e avevo aspettative speciali. Ebbene, E morì con un felafel in mano di John Birmingham (australiano decisamente sopra le righe) si è rivelato tutt’altro rispetto al lungometraggio di Richard Lowenstein (che ve lo giuro, è altrettanto imperdibile) proprio come supponevo. Quello che non immaginavo però era che le peripezie del mogio protagonista, eterno cavaliere errante tra appartamenti condivisi in cui accade di tutto – e se dico di tutto intendo davvero “di tutto” – fossero così frammentarie, rotolanti, isolate. Qualche personaggio ritorna, molti sono dei pazzi one shot che compaiono, distruggono, spariscono, ma quello che tiene in piedi tutta la narrazione è lo scazzo morbido e assente del narratore che si barcamena tra risse, sesso, droga, rock and roll e molta, moltissima povertà da cui salvarsi in ogni modo – in prima battuta calando drasticamente i consumi. 200 pagine per rimbalzare tra cento, mille case e molti più coinquilini, entrando e uscendo da muri tristi e ambiti paradossali. Anche qui, nulla che somigli ad una trama; è la vita, no? Ecco. Non mi è successo mai nulla che si avvicini a un solo episodio di uno dei due libri, ma quasi quasi mi ci riconosco comunque. E voi?

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