#questolibrononlofinisco

Daniel Pennac l’ha messo tra i diritti del lettore, quello di dire questo libro non lo finisco.

E ogni tanto questo diritto lo esercito anch’io.

Purtroppo, non mi dà nessun piacere.

Anzi, mi lascia un senso di amarezza e di dispiacere.

Perché non sto parlando di quei libri fatti così, perché è bello poter dire di avere pubblicato un libro.

Sto parlando di quei libri che sai che lo scrittore, o la scrittrice, l’ha scritto con dedizione, mettendoci tutto se stesso o se stessa. Quei libri che ti immagini lo scrittore segua passo passo dopo che sono usciti, sbirciando in tutte le librerie se è ben esposto, e chiedendo timidamente al libraio se ne ha venduto qualche copia. Libri con grandi investimenti personali, grandi aspettative, grandi gioie e grandi dolori.

Eppure ci sono libri che dopo un po’ non ne puoi più.

Libri che ti mettono di cattivo umore. Che ti evocano cose brutte che, sì, lo sai che il brutto esiste, lo sai che il male devi conoscerlo, ma proprio non ce la fai.

Libri che non ti lasciano tregua. Ti perseguitano anche dopo che li hai chiusi, si infilano nei sogni.

Sarà che abbiamo anche noi le nostre aspettative, e la lettura è, almeno per me, un momento di intimità, di tempo per me, di vicinanza con me stessa. E quindi no, non me lo posso rovinare con una lettura che mi fa stare male.

Quindi mi prendo la libertà di dire #questolibrononlofinisco.

E lo lascio nella libreria con il suo segnalibro nel mezzo delle pagine.

Magari arriverà il suo momento, in un altro momento…

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