#OvidioODeiCorpiSmarriti

Uno dei giochi che facevo da ragazzo era immaginare di far sposare le mosche con i grilli, i ragni con le farfalle, le lucertole con i topi, le galline con i conigli.

Non erano veri e propri esperimenti, piuttosto pensieri che mi tenevano compagnia nei pomeriggi estivi, quando il caldo consigliava di stare al chiuso dei battenti e qualche nuvola di afa molestava il cielo. Quegli strani accoppiamenti non erano combinazioni di un futuro biologo (difatti ho studiato altro), semplicemente un modo per divertirsi a confondere le piste della natura, a fare le addizioni e le moltiplicazioni con ciò che mi stava intorno, a mescolare le carte ipotizzando quale strano impasto fosse uscito fuori.

Né più né meno di quel che aveva fatto Ovidio parecchi secoli prima di me, quando si era messo a scrivere Le metamorfosi: un guazzabuglio di corpi che si fondono perdendo ciascuno la memoria di sé e acquistandone un’altra, venuta fuori dall’incontro con altre materie. Mai come nelle Metamorfosi di Ovidio assistiamo al trionfo di questo gioco fanciullesco e bizzarro: uomini che diventano piante o alberi, uomini che si modificano in pietre, uomini che assumono la forma di animali.

Sono sempre gli uomini a perderci in questa lotta estrema e spesso, direi sempre, la natura non si eleva ma si abbassa, degenera, si corrompe e subisce contraffazioni, come quando dimentichiamo un piatto con del cibo dentro un mobile e poi fioriscono le muffe. Ovidio è come se avesse ascoltato i tuoni e i terremoti, come se avesse registrato nelle orecchie il fruscio del vento o l’infrangersi delle onde sollevate dalle tempeste e magari poi, osservando osservando, avesse maturato cattivi sogni, visioni moleste. La sua letteratura (almeno quella delle Metamorfosi) avviene tutta al buio, mentre il mondo dorme e perfino i sentimenti più semplici e autentici, come l’amore, la solidarietà, l’amicizia, l’allegria, riescono a diventare ossessioni, incubi.

Un poema del genere non poteva generarsi nella luce del giorno, così come non poteva nascere da una mente che non fosse quella di un abile speziale che mescola polveri e liquidi, un antico farmacista, forse il primo e il più grande dei contraffattori a cui nulla si può implorare se non la grazia di dire la verità. Siamo davvero così mostruosi noi uomini? C’è veramente in noi il carattere della deviazione e della mutazione? Chissà… Certo Kafka avrà studiato a memoria le pagine di Ovidio e se ne sarà ricordato mentre scriveva della storia di un ragazzo maltrattato dal padre, che alla fine di una lunga notte si è svegliato scarafaggio. Tanta cinematografia non è mai riuscita a pareggiare l’orrore che si nascondeva negli occhi della sorella di Gregor Samsa, quando spalancava la porta e trovava la sagoma di un insetto nero e maleodorante, che parlava con la voce del fratello: che ne facciamo di questa carcassa? Meno male che doveva essere un racconto fantastico..

La verità può essere un’altra. Il nostro corpo a volte ingombra più della nostra anima. Vorrebbe volare come farfalle e invece diventa un fardello che non sappiamo dove mettere, una corazza che pesa e degenera con poco, regredisce, si disfa, fino ad annullarsi nel niente. Secoli e secoli di cultura cristiana ci hanno educati a sopportare piaghe e ferite, ci hanno insegnato a non fidarci troppo della carne. Eppure noi siamo la carne che indossiamo. Siamo muscoli, ossa, tessuti spumosi e sacche di liquido. Noi siamo ciò di cui abbiamo orrore. Come il tempo: vorremmo essere non suoi prigionieri, ma se mancasse lui non ci saremmo nemmeno noi.

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