#nonchiamatelafantascienza

Chiunque abbia (o abbia avuto, o avrà: secondo me è un postulato inoppugnabile valido nei secoli dei secoli) qualche seppur minima velleità di scrittore, un giorno ha avuto (ha o avrà) un’idea per il romanzo definitivo di fantascienza. Che si tratti di una saga interstellare, di un racconto distopico, di una storia ambientata tra due o trecento anni, prima o poi la luce visionaria si accende in chi è continuamente a caccia di trame alternative o di massima libertà di immaginazione. L’altro giorno mi è venuta un’idea che sarebbe bello sviluppare, e ogni volta che mi capita torno a riflettere sul come farlo: che strada prendere, quale filone seguire, che stile adottare.

Il fatto è che “la fantascienza” è, a conti fatti, un non-genere. Quantomeno per come viene intesa e considerata. Qualcosa di molto vicino a ‘rock’ se si parla di musica: da Nek ai Led Zeppelin vale tutto, e se la presenza di una batteria e di una chitarra elettrica potrebbe essere un (sottilissimo!) filo conduttore, in effetti non è nemmeno necessaria. Lo stesso vale per la letteratura che in Italia è stata sdoganata da Giorgio Monicelli prima (fratello maggiore di Mario) e da Fruttero e Lucentini poi, tutti curatori della celeberrima collana Urania: un romanzo di fantascienza non ha necessariamente un’ambientazione interstellare, non prevede per forza il futuro – talvolta nemmeno il presente! – e a dirla tutta non prevede nemmeno in assoluto grandi evoluzioni tecnologiche. Se non ci credete, affrontate ad esempio i geniali racconti di Rod Serling da cui furono tratti i telefilm della serie Ai confini della realtà: alcuni giocano semplicemente sulla suspence, altri sull’incomprensione, molti sul paradosso. Eppure nessuno, leggendoli, avrebbe mai il dubbio di trovarsi di fronte pagine che non siano altro che fantascienza.

Poi ci sono quelli che hanno utilizzato la fantascienza per sbertucciare la società, praticamente dei Manzoni in chiave visionaria. Eduardo Mendoza, in Nessuna notizia di Gurb, immagina una coppia di alieni apparentemente avanzatissimi tecnologicamente (sono addirittura forme di vita composte completamente da intelligenza pura) che atterrano su Barcellona per stabilire un contatto con il genere umano; qui però l’alieno Gurb, trasformatosi nella forma di vita Marta Sánchez, fa subito perdere le sue tracce: il diario di bordo del collega, che costituisce l’intero libro, è un esilarante ricerca dell’amico prendendo confidenza con le incredibili abitudini e la curiosa fisiologia di questi dannati ‘esseri umani’.

Galassia che vai, di Eric Russell, è invece fantascienza della più classica – astronavi, altri pianeti, contatti con nuovi mondi eccetera eccetera – ma è una specie di versione umoristica di Follia per sette clan di Philip Dick (ma scritto cinque anni prima, quindi fate finta di non aver letto cosa ho scritto: semplicemente è più probabile che abbiate letto il secondo del primo, ecco). La miracolosa “propulsione Blieder”, che spara in orbita qualsiasi cosa praticamente senza consumo energetico (e scoperta per caso da un completo idiota) ha fatto sì che buona parte degli abitanti della terra cercasse fortuna altrove nell’universo; un giorno una gigantesca nave spaziale carica di militari e alte personalità parte alla scoperta di queste colonie, per capire cosa ne è stato in tanti anni di isolamento assoluto. Da hippie estremi a guerriglieri primitivi, ognuna di queste strampalate società estreme mette alla berlina comportamenti quotidiani con dialoghi tra terrestri e transfughi assolutamente geniali.

Infine, quello che per chi scrive è il genio assoluto della ‘non-fantascienza’: Kurt Vonnegut, che della science fiction alternativa è il più grande portabandiera. Ghiaccio-nove è la storia di una fittizia isoletta dei Caraibi governata da un surreale dittatore, in cui si è rifugiato uno dei figli di Felix Hoenikker, uno dei padri della bomba atomica. Uno scrittore lo cerca per scrivere la storia dello sgancio su Nagasaki, e viene a conoscenza dell’altra incredibile invenzione di Hoenikker: una particella in grado di solidificare l’acqua sotto i 114° Fahrenheit, di cui il figlio di Felix possiede una scheggia. Tutta la vicenda è scandita dalla visione religiosa di Bokonon, un santone locale dalle idee fataliste e assolute, e ogni pagina è un’invenzione narrativa accompagnata da una bomba sganciata sulla morale comune. Il finale, poi, vi lascerà a bocca spalancata.

Ecco, se ripenso alla mia idea per un romanzo di fantascienza mi è piuttosto chiaro che, ehm, forse è il caso di studiare ancora. E di non porsi limiti: verso l’infinito e oltre, ma anche tra le mura di casa, perché no.

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