#nelpaesedellatteedelmiele

Negli anni appena dopo la laurea, quando si apre il tempo tra un traguardo raggiunto (la laurea, appunto) e il pezzo di futuro che la vita riserva nel campo delle professioni, John Steinbeck mi appariva uno zio americano, anche se d’origine meridionale, un lontano parente partito anni prima con il bastimento e approdato in quella terra di mezzo che non sono gli Stati Uniti e non è il Messico, non è il capitalismo fordista e non è il mondo colorato di Marquez.

Steinbeck stava a metà tra la California e il Sud America, la sua scrittura apriva una strada non tanto nei suoni (di cui non sapevo nulla, ignorando la lingua inglese) quanto nello sguardo: quel particolare interesse verso gli ultimi, che avrei ritrovato in Pian della Tortilla, Uomini e topi e Vicolo Cannery.

In quegli anni, mentre cambiavo appartamenti a Milano e non sapevo quali strade prendere, Steinbeck era una certezza, una delle poche che avevo, una delle più luminose, forse in virtù di una regola che egli stesso – biologo o aspirante tale – manifestava quando scriveva: «tutto quello che vive è sacro». La vita è sacra, anche quella delle mosche e delle zanzare, anche quella delle pulci, immaginiamo quanto lo sia la vita degli uomini! L’idea che la vita fosse sacra era il binario in cui camminava il treno della mia giovinezza nel pieno dei vent’anni. Non era una regola religiosa, era molto più: una specie di vangelo scritto nella lingua della speranza. Ed era la lingua che leggevo soprattutto in Furore: una famiglia di pezzenti, che carica tutto su un carro e parte dal Midwest alla volta di un sogno californiano.

Il segreto del romanzo non è l’arrivo, ma il viaggiare in vista di un miraggio che si fa sempre più lontano e impossibile. È il credere che all’altro lato della strada, oltre le montagne e le nuvole ci sia una terra dove scorre il latte e il miele, una terra dove cesserà il dolore e la fame, dove ogni cosa, anche la più elementare regola di vita, sarà alla portata di mano. Come una moderna terra di Canaan. Laggiù, in quella meta californiana dolce e memorabile ancora prima di essere raggiunta, si nascondeva il segreto per cui anche nel mondo moderno c’era spazio per l’epica. La famiglia Joad, a bordo del carro, assomigliava alla nave di Ulisse e per me che ero approdato a Milano da un mondo infinitamente distante (almeno nella percezione del concetto di distanza) chi ne faceva parte autorizzava anche me a sperare in una terra del latte e del miele, che fosse la Lombardia o che fosse Milano non so, ma era sicuro un luogo dove sarebbe cessato anche in me il dolore che mi portavo dietro.

Il romanzo narrava una storia che mi apparteneva. Era l’epopea di qualcuno che aveva le stesse fattezze mie, almeno dentro l’anima, e io ero curioso di conoscere come sarebbe finito, dove avremmo poggiato il capo, dopo tanto rincorrere, tanto i figli di Tom Joad quanto io. Alla fine ci arrivano davvero in California e stanno per assaporare la realtà del sogno, è perfino nato un bimbo che rappresenta il futuro della famiglia, le generazioni che verranno. Purtroppo non ce la fa a sopravvivere alla fame e agli stenti. Muore tra le braccia della madre. Il libro non si chiude qui. La strada è affollata di straccioni che non hanno forza per alzarsi. La madre della creatura morta scende dal carretto, scopre il seno e lo avvicina alla bocca di una persona anziana. Magari un po’ di latte lo sazierà, il cibo destinato a un bimbo salverà un vecchio. La povertà condanna, la povertà salva. La vita prosegue, la vita è sacra! Come avevo fatto a dimenticarmene?

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