#liberacidalmale

Molte volte sono le circostanze che ci fanno amare i libri. Ricordo quando mi è venuto in mano Libera nos a Malo di Luigi Meneghello. Ero studente a Milano, ero uscito dal metrò verde di Piazzale Cadorna e avevo imboccato via Carducci. All’angolo, nella vetrina della libreria Rinascita, gli occhi finiscono nella sovraccoperta bianca di un libro, sporcata appena appena da un’immagine di un saltimbanco che volteggia in aria, sicuro di finire al centro di un telo marrone, sorretto da quattro persone. La piroetta del funambolo è stato come un lampo: quel libro – mi sono detto – racconta di me, del mio io che ero in quel tempo, mi terrà compagnia.

Era un pomeriggio di un gennaio reso malinconico dall’azzurro del cielo, inusuale forse per il clima milanese e forse anche dal tepore del sole. Ma era la stessa malinconia in cui io camminavo nel pomeriggio ed era la stessa che io ritrovavo sulla copertina del libro: una festa da paese, una fiera di altre epoche, annunciate da un titolo misterioso – libera nos a malo -, dove probabilmente era uno scherzo aver preso in prestito una frase del Padrenostro.

Non conoscevo l’autore, ma avevo subito capito, leggendo la biografia, che Malo era il suo paese, un nome triste e malaugurante, ma pur sempre un luogo che a me, a causa della mia lontananza da casa, evocava un passato di memorie, richiamava il caldo di una famiglia, la promessa di un’avventura nel futuro. Potevo essere nato anch’io a Malo, come Luigi Meneghello. Potevo anch’io aver bisogno di liberarmi della memoria, che in quell’inverno pesava troppo sulla mia coscienza ed era forse un caso che nella vetrina comparisse a farmi l’occhiolino un libro pubblicato nello stesso anno in cui io nascevo – il 1963 -, scritto da un autore che aveva abbandonato il villaggio dialettale per andare a vivere nell’internazionale Inghilterra.

Quel libro mi fece compagnia in quel pomeriggio e poi negli altri successivi. Era di fianco al letto. Ogni sera lo prendevo in mano, guardavo la copertina, seguivo il salto del funambolo, ammiravo le facce incredule dei bimbi sotto il telone, ma non mi decidevo a leggerlo. Cominciavo dalle prime righe: il temporale… Mi bastava sapere che a Malo tuonava e pioveva sempre, l’acqua spaventava gli abitanti e dava la certezza ai bimbi (erano gli stessi che ammiravano sulla copertina le evoluzioni del saltimbanco?) che era Dio a provocare i tuoni: Dio era un personaggio del paese, Dio era un burlone che si divertiva a spaventare i bimbi. Come doveva essere bello vivere a Malo negli stessi anni di Meneghello: questo pensavo.

E prendevo sonno nel ritmo dell’acqua sulle tegole, nel silenzio della memoria – la mia – dove mi infilavo mettendomi a cavallo delle parole usate da Meneghello: Jànua-céli…, Ramona, co na palanca se va in mona…, Creola dalla bruna rèola… Mi parevano segni di un destino, sia pure trasmigrato nella geografia di un Veneto che non mi apparteneva. E mi immaginavo le donne di questo libro, che avevano tutte nomi strani: Janua, Ramona, Creola. Creola per la verità era anche un nome diffuso nel mio immaginario, venuto fuori da un Appennino che aveva spinto le sue radici verso i paesi caldi del Sud America. Com’erano queste donne venete? Dov’era la bruna reola? Ma era destino che io diventassi amico fraterno della terra veneta, che le mie storie, molti anni dopo aver letto il libro di Meneghello, finissero nelle mani di un editore veneziano. Signore, liberaci dal male…

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