#hoabitatoamacondo

Avviene che un uomo sogna paesi di pietra, piazze e strade, arcate e tettoie. Sogna di trovarsi di continuo dentro uno dei suoi sogni, ma poi, quando si sveglia, capisce che è tutto un grande imbroglio: non ci sono mai stato, vorrà dire che non esiste.

Poi gli capita sotto mano un libro, di cui ha sentito parlare tanto ma che non ha il coraggio di leggere. Teme di restare deluso, teme che il troppo successo, di cui il libro gode, sia frutto di macchinazioni. Quel libro continua a parlare anche se nessuna pagina è stata aperta, è come una sirena che chiama Ulisse, lo invita a fare un tuffo in mare, promette felicità.

Io sono stato una specie di Ulisse negli anni in cui avevo Cent’anni di solitudine a portata di mano, sullo scaffale dei libri preferiti, e vietavo a me stesso di aprirlo. Non volevo sciupare l’attesa, bruciare il tempo della vigilia perché, quando ogni cosa comincia, non c’è più nulla da attendere, se non la fine. La voce di Marquez mi chiamava e io fingevo di essere sordo. E il libro stava lì, a guardarmi.

Poi è capitato di salire in cima a una collina intorno al paese dove sono nato: niente più di un balcone che affaccia sulla valle, un luogo di silenzio chiamato Signoramilla, da dove si indovina il respiro del tempo e si sente lo scorrere del fiume. Lassù, un pomeriggio, si è spalancato un tramonto durato il segmento di un’eternità, eroico e solenne. Io ho aspettato che il sole si consumasse dietro i monti, dopodiché sono tornato a casa e ho cominciato a leggere Marquez: «Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendia si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio».

Nessun altro libro poteva farmi compagnia. Non era tanto la voce dello scrittore a parlarmi, quanto la grammatica del tempo che usciva sillaba dopo sillaba e illustrava le sue regole aleatorie a un disordinato come me: quel «molti anni dopo» contiene l’azzardo di un’ipotesi assurda e cronologica (quanti anni? Perché dopo?) e prepara il capitombolo che il lettore sente mentre la lingua pronuncia «si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio». Siamo sicuri che se lo sarebbe ricordato, questo pomeriggio? E se non fosse così? E poi: come si fa a conoscere il ghiaccio, che basta appena un po’ di sole per sciogliere? Una immensa porta si apriva dentro di me e il padre del colonnello improvvisamente diventava mio padre, prendeva per mano anche me (così come aveva fatto con suo figlio Aureliano) e mi portava nel remoto pomeriggio del ghiaccio.

Ho abitato non so quante volte nella casa dei Buendia, mi sono seduto alla loro tavola e ho masticato lo stesso cibo, ho dormito nei loro letti e credo pure, dormendo con i loro discendenti, di aver sognato la valle con il fiume, la stessa che avevo ammirato dal promontorio di Signoramilla, come se mi trovassi in un gioco di specchi. Alla fine del romanzo, quando anche l’ultima pergamena non conteneva più segreti e cominciava a spirare il vento dell’apocalisse, io avevo trovato un posto dentro l’albero genealogico dei Buendia. Ero diventato uno di loro e, proprio come loro, sarei scappato da Macondo per cercare un paese tutto mio dove fermarmi a vivere.

Un commento

  1. Bonaventura Giovanni Tancredi
    20 marzo 2017
    Rispondi

    A Gabriel Garcìa Marquez

    Cadde la neve
    A Macondo,
    La solitudine si vestì
    Di bianco \
    Le stelle ora riposano
    Sui vicoli,
    Riempiono di silenzio
    Le urla dei bimbi
    Che sfrecciano
    Nelle stradine delle case di canne e fango \
    Ha sempre saputo
    Chi è Dio
    Gabriel,
    Anche se Sierva Maria
    Vestita da Giovanna La Pazza,
    Fece segno di no col capo \
    E la sua treccia lunga
    Quando la lapide crollò
    Invase la tua fantasia \
    Capisti allora
    Che il dolore
    Non si cura
    Con le terapie \
    E’ un dono che porta lontano
    Ad incontrare angeli e demoni \
    A ficcar nella mente dell’uomo
    Un tramonto di sole infuocato \
    Arriva fino a noi
    In sella al carro magico
    Il verso che accese le tue labbra \
    Oggi è impazzito il battaglio di rame \
    Diffonde una malinconia estrema
    La campana
    Che un giorno non udremo \
    Gabriel,
    Cent’anni son nulla
    Per conoscere ed amare la solitudine \

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