#fiabedelmondo

Allora, entriamo nel mood. Sono seduto su una vecchia sedia a dondolo: è il simbolo delle domeniche dai miei nonni, ma è anche la caravella perfetta di ogni narrazione, con quel rollìo infinito e immobile – “Tu resta qui”, dice alle gambe, “è lei che se ne va”. La fantasia ringrazia, si tuffa dal ponte e dopo quattro bracciate non la si vede più.

Fuori, un vento furioso e curioso per questo clima, appena tiepido e molto potente. Nell’ombra, tutto quel che è libero di spostarsi sbatte come in un richiamo: “sono qui”, dice la porta di Schroedinger facendosi beffe di te, sarà richiusa o spalancata? “Siamo qui”, frusciano i rami litigando tra loro con quelle poche foglie che ancora gli si aggrappano. “Siamo qui” sferzano le tende, decollano i giornali, tentano la fuga i cappelli, ogni cosa è combattuta tra resistere e abbandonarsi.

L’atmosfera perfetta per le fiabe, vero? Già… leggerle o inventarle, a seconda della vostra attitudine, è pur sempre un’arte. Creare l’atmosfera adatta, trovare il tono di voce perfetto – anche quello con cui leggervele nei pensieri, ovviamente: vanno sempre lette con un tono di voce! – scegliere il punto giusto di casa in cui farle uscire dalla pagina. In fondo, seppur trascritte e rielaborate da mani sapienti, arrivano da lontano: da stratificazioni di racconti orali, da formule e meccanismi e personaggi cangianti ma definiti, convergono su obiettivi altissimi – stupire, insegnare, liberare, addomesticare… – e viaggiano attraverso i secoli senza paura di invecchiare o di perdere la loro potenza narrativa.

Mi piace girare il mondo a dorso di favola, confesso. Quando viaggi ammiri inevitabilmente quel che l’uomo ha costruito – o quello con cui convive – e ti rapporti con le persone e i loro modi di vivere. Con le favole, invece, conosci il loro modo di pensare, cosa cercano dalla vita, di cosa hanno paura, come si immaginavano e a cosa aspiravano.

In questi giorni sono in Giappone, purtroppo solamente tra le pagine: Ombre Giapponesi di Lafcadio Hearn (Adelphi) è una corposa ma tascabile raccolta di scritti del giornalista greco – ma vissuto davvero ovunque! – tra fine Ottocento e primi Novecento. Scelse di concludere lì la sua vita, e si dedicò a recuperare antiche storie tradizionali modellando il suo pensiero su quello nipponico: in un momento di grandi cambiamenti per l’Impero del Sol Levante, fu colui che più dei giapponesi stessi seppe far rivivere il loro passato. In un susseguirsi di nobili e di contadini, di guerrieri risoluti e di monaci imperturbabili, musici e servitori, si agitano anime e spiriti, folletti e manifestazioni del divino. Fidanzate che escono magicamente dai dipinti, morti che tornano in vita in più esseri diversi, mostri capaci di dividersi in corpo e testa, sacerdoti uccisi decine di volte ma che il giorno dopo sono regolarmente alla locanda ad ubriacarsi, antichi riti e feste tradizionali che fanno da sfondo ad eventi sovrannaturali di ogni tipo… l’universo fiabesco giapponese si rivela molto vicino al moderno fantasy, con ampie somiglianze rispetto alle storie nordiche (leggetevi le Fiabe danesi pubblicate da Iperborea, ad esempio, una raccolta del prima di Andersen) più che alle tragiche e didattiche fiabe russe. E naturalmente, troverete tra le pagine quello spirito d’Oriente che è tutto dell’arcipelago: devozione, rispetto, forza d’animo, disponibilità… Hearn ha raccolto non solo le storie, ma anche il senso che trasmettono, e con spirito cronistico – novità assoluta rispetto agli altri narratori di favole! – espone una propria lettura, conserva domande irrisolte, lascia trasparire la sua passione ma anche la distanza verso quella tradizione, in cui non è nato, ma che desidera capire.

Più avanti magari torneremo a parlare di fiabe, magari quelle italiane della Perodi o quelle africane. Intanto, dite la vostra: c’è un luogo che vorreste conoscere di più attraverso le sue storie?

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