#faulknereramiononno

Credo sia stato Enzo Biagi a farmi conoscere (indirettamente, attraverso un suo articolo) la scrittura di William Faulkner. Poteva essere l’inverno del 1984. Mi trovavo nel collegio universitario, a Milano, e una domenica di nebbia mattutina ricordo di essermi svegliato con una pagina del «Corriere della Sera» che riportava il termine Sud nel titolo. Credo sia stata questa parola a colpirmi. Io venivo dal mio Sud, me lo portavo dentro come si porta un tesoro nascosto e sapere dell’esistenza di uno scrittore che aveva anche lui un Sud dentro l’anima mi metteva in uno stato di veglia, in una situazione di vittoria contro la solitudine: qualcun altro aveva raccontato il suo Sud, qualcun altro che doveva essere grande (altrimenti non avrebbe ricevuto l’onore di una paginata del «Corriere della Sera»).

Enzo Biagi scriveva di questo autore nato nella Virginia, che aveva scelto di narrare i fatti e le storie di un piccolo pezzo di terra nemmeno esistente dal punto di vista geografico, eppure reale come solo sanno fare i grandi narratori visionari: la contea di Yoknapatawpha. Già il nome era tutto un mistero: si pronunciava Iocnapotofa, forse era indiano, ma di un’indianità selvatica e inspiegabile, pareva uno di quei termini che alludono ai popoli di guerrieri e allevatori di cavalli, che abitavano l’America prima dell’arrivo dei carri con i teli bianchi a forma di culla, i carri dei colonizzatori su cui sarebbe nata la leggenda della frontiera mobile.

Il sogno di vivere nel Far West mi aveva accompagnato nelle notti di me ragazzo e ora il nome di questa contea me lo risvegliava solo in parte. Potevamo diventare pistoleri a dieci anni, a vent’anni non più. A vent’anni, nella mia stanzetta del collegio universitario, avevo bisogno di altre verità e il nome di Faulkner, anche se mi giungeva circondato dalla nebbia di febbraio, aveva il potere di indicare una strada: si può girare il mondo restando dentro una stanza grande quanto un cubo, si può raccontare l’universo intero tracciando i confini di una geografia che è grande quanto un francobollo – erano parole del grande William – dove ogni cosa che avviene assume la dimensione del tutto. Un mondo chiuso in un atomo.

Questo capivo di Faulkner (questo mi diceva Enzo Biagi) e da quel momento cominciò la caccia ai libri di un autore che dalla foto pareva Vittorio De Sica: sorriso uscito dai baffetti, fiammata bianca sui lisci capelli, pipa in bocca com’è nella tradizione anglosassone. Le storie salivano come fumo da quella pipa e finivano per imbiancare i capelli di questo silenzioso signore di mezz’età, timido nello sguardo impertinente ma sicuramente pieno di paure per il tempo che passa.

Andai in libreria quella stessa mattina. Avevo pochi soldi in tasca, buoni per comprare Bandiere nella polvere, il cui titolo in lingua inglese – Flags in the dust – continuai a ripetere tutta la domenica. Dentro una cornice azzurra, sulla copertina, una casa di legno con quattro finestre bucava il cielo grigio, come il muro di mattoni laterali. Sotto il disegno, una scritta: Un grande affresco del profondo Sud. Pensavo: è il libro che fa per me. Però non lo lessi subito. Mi accontentavo di ammirarlo, prendevo forza dalla scritta sottostante e mi dicevo: «Anch’io vengo dal profondo Sud… Anch’io ho un profondo Sud da raccontare…».

Faulkner era mio nonno che mi insegnava a scrivere. Un nonno severo e a volte labirintico, ma era questo il segreto che gli strappavo quando gli occhi finivano per posarsi su quella copertina: mai correre a filo dritto, un racconto di curve è come il sale nel pane. Il libro, lo lessi molti anni dopo, quando avevo già finito l’università, e la storia di Bayard Sartoris, che non riesce a riadattarsi alla vita di casa quando torna dalla guerra, pareva scritta su di me. Non avevo preso parte a nessuna guerra, non ero mai salito su un aereo (a differenza di Sartoris, che invece gli aerei li guidava) eppure, come lui, non sarei stato più capace di dormire nel mio letto.

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