#etudoveleggi?

Arrivammo così al primo giorno di scuola di Emilio, qualcosa di molto simile al D-Day per quel che concerneva la preparazione. Una perentoria lista di materiali oggetti sacchetti abiti toeletta cartoleria iconografia era – no, è tutt’ora – appesa con magnete d’ordinanza al nostro frigo da settimane, una specie di dispaccio militare scritto da un feldmaresciallo sotto le bombe nemiche ma addolcito da qualche disegnino buffo e un tono scanzonato nella sua rassegnazione. “Ecco cosa è necessario portare alle maestre in vista del nuovo anno scolastico”: segue una travolgente carrellata di asciugamani, cambi, pantofole, foto grande e foto piccola, tovagliolini, carta assorbente, cartoncini colorati, pennarelli, quadernoni, buste trasparenti, carta igienica (immagino che in Comune pensino che grandi e piccini, nelle scuole, abbiano speciali mani detergenti, chissà. La mia segreta speranza è che anche per Palazzo di Città usino lo stesso parametro, ma sorvoliamo), insomma, tutto il tuttibile possibile immaginabile.

Il giorno del colloquio prima dell’inizio della scuola, ecco, quello lo ricordo come il mio ritorno in palestra dopo anni: due sacchi debordanti di roba, che al supermercato e in cartoleria dopo il nostro passaggio avranno ucciso il vitello grasso, erano stati l’esercizio fisico che non mi competeva da decenni. Comunque. La maestra, tra le varie cose che ci disse, sottolineò: “e se Emilio ha un gioco o qualcosa a cui tiene, mi raccomando, fateglielo portare a scuola i primi giorni: servirà a mantenere un legame con casa sua”. Preso nota mentalmente, tornammo a casa più leggeri – noi, le preoccupazioni, le braccia, il portafogli, tutto più leggero – e attendemmo il primo giorno.

Arrivammo così a quel dì di settembre. Non fu necessario sbarcare in Normandia e la marina militare che si raschia la gola e John Wayne e tutto il resto, anzi: fu la conferma che come aveva sempre garantito alla cieca, anche al momento della resa dei conti E. era contento di andare a scuola. Dopo aver ringraziato, nel dubbio, l’intero Pantheon di dèi da Amon-Ra a Zoroastro, quasi sulla porta di casa ci siamo ricordati del monito della maestra: “nanetto: vuoi portarti qualcosa, a scuola?”. Lui si è girato verso il mobile all’ingresso e ha preso… un libro. “Un libro, davvero?”. “Sì, così lo leggiamo in classe”. Fu un successo, tanto che il giorno dopo ne portammo un secondo… ma anche la maestra ne aveva portato uno. “Oggi abbiamo letto il suo, domani leggeremo il mio”, e il libro della maestra era talmente bello che una settimana dopo l’abbiamo comprato anche noi (era Solo un puntino, di Chiara Vignocchi, Elisabetta Pica e Silvia Borando, uno di quei buffi capolavori del sorriso di Minibombo). La settimana seguente la maestra ci ha detto entusiasta che anche gli altri bambini cominciavano a portare il proprio libro da leggere insieme: un effetto domino inaspettato. In quattro mesi abbiamo portato in classe pressoché ogni libro di casa, alcuni più di una volta. Se immagino un titolo particolarmente comodo in mezzo a una ventina di bambini incuriositi, ecco, è E tu dove leggi? di Géraldine Collet e Magali Le Huche (Edizioni Clichy), che ha conosciuto i compagni di classe di Emilio almeno tre volte. Non è altro che una carrellata di bambini affondati ciascuno tra le pagine di un proprio volume in luoghi differenti – sul bus, sotto al letto, al caffè, in libreria… – e in posture strampalate, un breve testo in rima e tanti dettagli divertenti: le copertine di moltissimi libri, ad esempio, sono celebri copertine di altri testi per l’infanzia – noi abbiamo riconosciuto Emilio di Tomi Ungerer, per dire: ovviamente lo abbiamo!

Il fatto è che E tu dove leggi? si chiude con la piccola Lorette che legge… dove leggerà? Beh, chiudete la rima e sappiate che Emilio è ormai da quest’estate che, come la protagonista, non prevede di ‘produrre’ direttamente dal suo trono senza che uno di noi gli legga da cima a fondo il libro scelto per l’occasione. Dite un po’, e voi: dove leggete?

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