#elogiodellabrevità

Comincio facendo lo splendido – su, non lo faccio mai: per una volta! – e vi racconto di quando l’altra sera ero a cena con il mio editore (se mi leggi: ciao Renato! Salutiamolo tutti!). A un certo punto, affastellando le chiacchiere su un tavolo decisamente affollato, siamo finiti a parlare di letture recenti. Ho fatto due conti e cavoli, da diciamo i primi di dicembre ad oggi ho letto otto libri. Giuro, posso farvi l’elenco: l’Atlante dei luoghi immaginari, Ombre giapponesi di cui vi ho parlato il post precedente, due piccoli libretti di Agota Kristof, In cucina con Kafka di Tom Gauld, due young adults di prossima pubblicazione, per ultimo Pomo pero di Meneghello. “Vabbè, ma se conti anche il Topolino io ne ho letti venti!” è stata la risposta del buon Renato. In effetti, se ci mettessimo ad analizzare il mio elenco, scopriremmo che un paio di titoli sono letture decisamente agili (eufemismo); che i due libri per ragazzi mi hanno preso tre giorni l’uno nei ritagli di ufficio, perché ci dovrò lavorare sopra; e che quattro di questi non arrivano a trecento pagine effettive, tre nemmeno a duecento, due nemmeno a cento. Eh vabbè, leggi i libri con le figurine, divertissement facilotti, robette che finiscono subito. Uhm.

Vi dico due cose; la prima è una confessione, l’altra una specie di domanda retorica – almeno per me.

Il segreto da svelare è che in effetti, sì, con i mattoni non ho un bel rapporto. No, diciamo che non ho proprio alcun rapporto. Sono arrivato a pagina 50 del Signore degli Anelli. Guardo IT in cagnesco da anni. Il Circolo Pickwick e Il secolo breve li ho comprati praticamente per prendermi in giro. Kavalier e Clay di Chabon è sicuramente un capolavoro, ma lascio che me lo confermino gli altri. Non per niente mi occupo di libri per bambini, così più di quelle trenta-trentacinque pagine, due-tre cartelle di testo, non andiamo. Sì, sono una vergogna di lettore; eppure sono sopravvissuto fino ad oggi, no?

La seconda faccenda è questa. Sì, mi imbarazza un po’ non affrontare mai tomoni da chilo – almeno non per piacere, intendo – e non ne vado certo fiero. Ma non ho mai avuto la percezione di essere un lettore di serie B solo perché l’autore mi ha offerto meno parole per descrivere i suoi concetti o dipanare le sue storie. Anzi.

Vi sembra un concetto ovvio? Non lo so, non ne sono convinto.

I due libri di Agota Kristof costavano parecchio, pur non essendo nemmeno prodotti particolarmente pregiati (ancorché introvabili), e potremmo ironizzare sul fatto che l’editore sia della Svizzera italiana. Ma non è questo il punto.

Da qualche giorno mi capita continuamente su Instagram la sponsorizzazione del nuovo libro di un celebre ‘nuovo poeta’ italiano, uno che tutti amano molto per la simpatia e per come va a capo: gioca sul fatto che ‘se il mio libro costa tot, una singola pagina costa tot centesimi, e allora potreste comprarlo come il prosciutto, vorrei venti pagine, fanno due euro, che faccio, lascio?’ e altre boutade divertenti.

Il prezzo è connesso alla foliazione, è evidente. I costi di stampa, rilegatura, di trasporto, di stoccaggio, tutto lievita con l’aumentare della carta e dell’inchiostro. Più parole, costano di più. Le paghi di più. Una faccenda odiosa, soprattutto quando hai l’impressione di pagare troppo per un librino piccino: ‘ma dai, nove euro per questa cosina minuscola? Ma la finisco in venti minuti!’.

Non dirmi che fai lo stesso ragionamento per il valore. No, dai, non dirlo. Lo so, ci caschiamo tutti, lo so. Ma tu va’ a cercare i due libri della Kristof, L’analfabeta e Dove sei Mathias?. Strapagali per quelle poche pagine di cui sono fatti, leggili. Poi buttati su Sunset Limited di McCarthy, quello me lo sono letto questa estate, pazzesco. E magari il Piccolo manuale di conversazione di Flaiano, poche frasi persino. Scendi ancora, riduci. Potresti finirli in una settimana, certo, massimo due. Ma fa’ un po’ i conti di tutto quello che avrai scoperto, accumulato, imparato. Non ti avranno accompagnato per molto tempo, ma ehi, adesso quanto sei ricco?

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