#delterroreedisolitudini

Nel 1949 il New Yorker pubblicò un racconto dal titolo “La lotteria”, che gli valse minacce, lettori che si definivano indignati e chiedevano la cancellazione dell’abbonamento dalla rivista, lettere di persone terrorizzate e stupite.

Questo perché l’impaginazione della rivista non permetteva di distinguere tra fatti di cronaca realmente accaduti e scritti di fantasia, come era quello di Shirley Jackson, che trattava di una lotteria che si teneva ogni anno in un villaggio del New England, in cui la posta in gioco era così assurda e spietata da ricordare a molti gli orrori nazisti (e che, naturalmente, non vi svelerò).

Nel 2016 il New Yorker pubblica nella sua edizione online un articolo dal titolo “The haunted mind of Shirley Jackson”, in cui la scrittrice e le sue storie vengono riabilitate da chi la credeva soltanto una casalinga annoiata che scriveva storie horror (non per niente, uno scrittore come Stephen King la considera sua maestra ed è un suo grande ammiratore).

Nei suoi libri trovano posto rivisitazioni di traumi e circostanze autobiografiche: “L’incubo di Hill House”, che viene considerata una delle storie di fantasmi più importanti del ventesimo secolo, narra di Eleonor, ragazza sola e, immaginiamo, disturbata e con grandi difficoltà relazionali, che trova in un edificio (infestato, o è solo la sua mente ad esserlo?) la casa che non ha mai avuto.

Lizzie” narra il disgregarsi delle personalità di Elizabeth, che non trova o non vuole trovare il suo posto in una società che la vuole sposata e con figli, mentre lei si ostina a vivere con la vecchia zia a seguito del trauma della morte misteriosa della madre.

Abbiamo sempre vissuto nel castello” tratteggia il fallimento di una casa di fare ciò per cui è stata eretta: proteggere i suoi abitanti, le loro piccole manie e la loro solitudine dalla cattiveria delle persone al di fuori.

Le eroine di Shirley ripropongono il trauma da lei vissuto di una madre che non la voleva e non perdeva occasione di umiliarla, la ribellione messa in atto con il matrimonio con colui dal quale credeva di essere amata e che non faceva che tradirla e sminuire le sue opere, la sua ansia e la sua depressione che le fanno tratteggiare scenari apocalittici e mondi in cui non c’è conforto, non c’è casa né calore da chi condivide con te la vita, la casa e la patria.

I suoi romanzi non sono mai soltanto horror, ma mettono in atto una commistione di generi e ci spingono a riflettere sulla condizione della donna nella sua epoca, su quali fossero le aspirazioni che la società e la famiglia voleva per lei e per la sua felicità.

La paura del vivere una vita che non ci si è scelte, lo spaesamento delle vie brulicanti di vita di New York in cui le eroine non trovano né uno sguardo di compassione né un aiuto, ricordano una vicenda di quegli stessi anni, accaduta davvero e salita alla ribalta delle cronache: Evelyn McHale, di anni 23, un lavoro e una vita davanti con il fidanzato che l’aveva da poco chiesta in moglie, si suicida buttandosi dalla sommità dell’Empire State Building, passando alla storia per la compostezza con cui il cadavere viene rinvenuto su una macchina che ha colpito buttandosi, lasciando il biglietto “Non sarò mai la brava moglie di nessuno”.

Shirley avrebbe potuto (e voluto) lasciare il marito, ma le sue ansie, l’agorafobia che la costrinse a chiudersi in casa per mesi e la sensazione di non poter essere indipendente e felice da sola, che viene riproposta in tutte le protagoniste dei suoi racconti e dei romanzi le impedirono di vivere la vita che avrebbe voluto, perché con una circostanza particolarmente triste la scrittrice muore nel sonno a quarantotto anni quando aveva appena iniziato a scrivere un romanzo con un ottimismo e una visione positiva della vita che fino ad allora non aveva mai dimostrato.

Perché dovremmo leggere dei libri cupi, angoscianti e che ci faranno venire i brividi dalla paura?

Carola Barbero, nel suo libro “La biblioteca delle emozioni”, ci propone la visione per cui i libri sono una sorta di laboratori emozionali, in cui abbiamo la facoltà di provare a costo zero delle emozioni che nella vita vera avrebbero delle conseguenze e ci costringerebbero a delle reazioni.

Questo vale anche per i romanzi in cui proviamo paura e angoscia, emozioni che nella quotidianità di certo non ricerchiamo: i libri ci allenano ad affrontare le circostanze della vita in cui saremo costretti a starci faccia a faccia. Da una parte proveremmo paura e “dolore” per ciò che leggiamo, rivolta ai personaggi e alle loro vicende, e dall’altra piacere per la particolare bellezza della struttura narrativa e per le nostre facoltà cognitive che vengono pungolate: siamo spinti a supporre, a pensare, a elaborare finali e soluzioni.

Per questo ci emozioniamo leggendo i romanzi di Shirley Jackson: intuiamo ciò che sta dietro all’apparenza del genere, ci spaventiamo e disperiamo e proviamo pietà per le sfortunate protagoniste.

Paura, orrore, fantasmi ed eventi soprannaturali, o forse soltanto solitudine.

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