#conTomizzaperraccontareiltempo

Nel novembre del 1984 gli amici del collegio dove vivevo a Milano, vennero ad annunciarmi che al Politecnico Fulvio Tomizza incontrava gli studenti. Mi precipitai subito ad ascoltarlo.

L’aula era gremita: una delle solite con i banchi a semicerchio e la cattedra sopra la pedana. Tomizza sedeva lì, da solo, e si guardava intorno, ma non era spaesato. Vestiva elegante, con i capelli tirati indietro, secondo una posa che sapeva un po’ da gagà al tempo del fascismo, e dai capelli ogni tanto venivano i riflessi della brillantina che le luci al neon mettevano ancora di più in evidenza. Parlava pacato, lento, a voce bassa e senza movimenti delle mani, tanto che io riuscii a catturare solo qualcosa del suo discorso e questo qualcosa cominciava e finiva nelle terre da cui proveniva lui: quella marca di frontiera tra Italia e Istria, niente più di una fascia di terra senza confini e con tanti padroni, di cui però lui si sentiva un po’ il padrone autorizzato a scriverne.

Tomizza parlava della sua famiglia, del suo paese che aveva un nome misterioso – Materada – un po’ materia, un po’ materasso, cioè qualcosa dove sentirsi protetti e presenti alla vita. A un certo punto pronunciò una frase che mi colpì e credo sia stata l’unico frammento che mi è capitato di tenere a mente quel pomeriggio di autunno. «Il compito di uno scrittore è quello di testimoniare» disse. E aggiunse: «Testimoniare il tempo che non ha visto». Non avevo mai collegato il compito di chi scrive a quello del testimone, soprattutto perché non sempre si scrive di cose viste e dunque testimoniabili, eppure quella specie di regola che Tomizza regalava nell’aula del Politecnico aveva il potere di smuovere nel segreto del mio sottosuolo qualsiasi altra ragione di vita.

Pochi anni prima avevo letto il suo romanzo La miglior vita, che aveva vinto il Premio Strega negli anni in cui mi preparavo mentalmente a partire per Milano. «La mano mi trema come in quel lontano mattino di Pasqua, quando mio padre occupato con le due messe e la benedizione delle uova mandò me, sui dodici anni, a versare l’acquasanta nei quattro cantoni della parrocchia per preservarla dalla grandine estiva…»: comincia proprio così.

Era uno della collezione Club Italiano dei Lettori e la sovraccoperta portava l’immagine di una casa di campagna con le galline e i tacchini che razzolavano su un’aia colorata di tinte che tendevano all’azzurro. Lo avevo letto nei pomeriggi di acquazzone estivo, in un’estate che non fu molto serena per la mia famiglia e credo che la storia di questo sagrestano istriano avesse avuto il potere di farmi fare pace con le paure familiari a cui non ero riuscito ad abituarmi. L’incipit spapeva di chiesa, di primavere, di strane abitudini popolari. Non era la mia terra, ma un po’ le rassomigliava e io mi perdevo dentro. Perfino il titolo, La miglior vita, che alludeva a qualcosa di tenebroso e di oscuro come il passaggio dalla vita alla morte, messo in cima a questa fattoria con animali dalle piume umili, restituiva un’immagine di mattini lavati dalla pioggia.

Scrivere sarebbe stato testimoniare il tempo non conosciuto, scrivere era misurare il tempo che è passato a miglior vita. Fuori dalle vetrate dell’aula, la nebbia calava sul Politecnico e tappava ogni buco dove potesse annidarsi la polvere delle paure e delle incertezze. Il tempo passava in ogni istante a miglior vita. Non lo potevamo fermare, solo testimoniare, cioè scriverlo. E, scrivendo scrivendo, salvarlo dal suo annientarsi.

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