#cercandolibrisullappennino

Alla soglia dei vent’anni, in una Milano che per me era tanto immensa da non poterla racchiudere in una sola immagine nella mia mente – un po’ come il cielo stellato di fronte a cui perfino Pascal si arrende -, in quella città che era una geografia di insidie e di promesse, tornava la domanda che mi ero fatto nel tempo di prima: Dio esiste? E, se esiste, dov’è?

Non che nelle stagioni successive non abbia continuato a chiedermelo (l’ho fatto e senza troppe certezze), ma negli anni in cui si diventa uomini forse è un passaggio obbligato. Dov’è questo Dio di cui abbiamo poche tracce e quelle poche ci sono riferite solo nei libri? Nella biblioteca dei miei genitori c’era un libro che mi attraeva nel titolo e nello stesso tempo mi perseguitavo: Il quinto evangelio. Era stato scritto un quinto vangelo? Da quale mano? Sapevo che esisteva la tradizione dei vangeli apocrifi, ma questo si capiva subito che non era uno di quelli. Era altro. Già il disegno sulla copertina te lo faceva intuire: una pergamena che raffigura un tronco e dei rami, una specie di candelabro ebraico o un albero di fioriture, dove prevale il rosso, il verde, l’azzurro.

Se il titolo era misterioso, lo era ancora di più la riproduzione di questa tavola, che – così diceva la didascalia – faceva parte del Libro delle figure di Gioacchino da Fiore. Mi caricavo di volontà, aprivo e leggevo un paio di pagine, poi lo chiudevo. Da un lato mi spaventava affrontare l’enorme traversata di pagine, scritte in una lingua non facile per un ragazzo di vent’anni, dall’altro ne ero attratto. Sapevo che poteva aiutarmi a rispondere alla mia domanda: dov’è Dio?

Quel gioco a nascondino è continuato per mesi, anni. Il libro si svelava e si eclissava davanti ai miei occhi e io non riuscivo a capire cosa volesse dirmi, da che parte volesse condurmi. Ho capito che ero pronto ad affrontarlo in un inverno di solitudini. Per le strade c’era neve, il cielo era grigio di nuvole e i passeri non trovavano cibo. Chiuso nella mia camera di collegio, con i vetri appannati e la testa piena di ricordi, mi sono gettato nella lettura. Non c’era una storia da narrare e nemmeno un assassino da trovare. Il tema era altro: uno storico americano, che per disavventura si trova a fare il soldato nella Germania dilaniata dalla guerra, trova riparo nella canonica del Duomo di Colonia, raso al suolo dai bombardamenti.

La sua curiosità di studioso prevale sul mestiere delle armi. Scartabella documenti, legge antiche pergamene, si imbatte nelle tracce di misteriose scritture che gli dicono l’esistenza di un antico e conclusivo vangelo, la somma dei quattro canonici, il vangelo dei vangeli. Questo è il plot. Il resto è inseguimento di rivelazioni, rincorrersi di promesse, cercare, cercare, cercare…

Pomilio aveva costruito una ragnatela di profezie, una in fila all’altra, dentro le epoche della Storia, dentro i mondi di un passato lontano, dove erano vissuti uomini a cui era stata data un pezzo di verità, un frammento di eternità. Tutti partecipavano di questa grandiosa rivelazione, che pareva incorporea eppure concreta. Anch’io, leggendo, mi trovavo nelle righe di una vicenda che solcava le cime dell’Appennino, da Bobbio fino alla Calabria, ed era come se questa corsa infinita non fosse tanto importante per quel che dovevi trovare, quanto per il gusto di cercare, di tallonare, di incalzare.

Se Dio esisteva, giocava a farsi rincorrere proprio in quei luoghi da cui provenivo io, quell’Appennino solenne dove credevamo che non fosse mai arrivato perché si era fermato al confine di Eboli, quando finisce il vento della marina e iniziano i monti. Era questa l’unica certezza che dava un senso al freddo che mi circondava mentre leggevo Il quinto evangelio, alla neve e al silenzio di quell’inverno desolato. E io prendevo coscienza che tutta la mia vita successiva sarebbe stato un vano inseguire ciò che non si vede, leggere ciò che non è scritto, aspettare conferme dal vento.

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