#ceraduevolteillietofine

Si fa un gran parlare da anni, e negli ultimi tempi con toni anche decisamente accesi, delle tematiche “difficili” trattate nella letteratura per bambini. Se ne parla brandendo principi secondo me piuttosto curiosi, per cui se da un lato c’è chi ritiene che ai più piccoli si possa raccontare ogni cosa – certamente, con il giusto linguaggio e adeguata capacità comunicativa – dall’altro gli si vorrebbe regalare tra le pagine un mondo in cui l’eroe, l’antagonista, il lieto fine, e tutti vissero felici e contenti.

Ognuno di noi vive quotidianamente la sua battaglia personale contro gli eventi che scorrono, con la piena consapevolezza che le cose avvengono, ogni giorno, e si susseguono alternativamente ora splendide, ora terribili, ora magiche e ora infelici. Il “lieto fine” per come lo abbiamo ereditato dalle favole classiche è sempre, nella vita reale, un inizio fatto di alti e bassi impegnativi e importanti. Temi duri, come la paura, la tristezza, l’essere emarginati, l’affermazione di se stessi, l’abbandono, persino la morte e la difficoltà nell’affrontarla da molto vicino, oggi compaiono a più riprese nei titoli per i più piccoli. E intendo anche per davvero piccoli: L’eco di Alessandro Riccioni e David Pintor, ad esempio, è uno struggente picture book in cui si parla con grande tenerezza della perdita della mamma. Sono queste le storie che vado a cercare con particolare passione quando entro in libreria, perché sono quelle in cui mi ritrovo: mi ci leggo dentro oggi, ormai adulto, e mi ci rivedo ieri bambino, perché quelli non sono schiaffi come talvolta si pensa, ma abbracci e condivisione e “lo so, va così”. Servono.

Ma quando penso all’archetipo dei libri in cui leggere storie lontane anni luce da quel che ci immagineremmo “per bambini”, penso all’autore che più ho letto durante la mia infanzia e a una delle sue novelle più scure: Gianni Rodari con C’era due volte il Barone Lamberto. Ho avuto la fortuna, a differenza di quasi tutto il resto della sua produzione, di leggerla da adulto: non so perché ma quel titolo che da un lato mi sembrava azzeccatissimo dall’altro mi lasciava perplesso. Temevo di trovarci dentro una di quelle storie “lontane”, in cui i personaggi non somigliassero a me e non agissero come avrei voluto, in cui il mondo intorno non sarebbe stato il mio.

Invece no. Questo malandato vecchietto novantatreenne (o novantaquattro? Persino Rodari si confonde tra le pagine!) che vive ricco come nessuno sull’Isola di San Giulio, nel mezzo del lago d’Orta, scopre insieme al suo fido maggiordomo Anselmo la formula dell’eterna giovinezza: far ripetere all’infinito il suo nome. Lamberto Lamberto Lamberto Lamberto Lamberto ripetono ossessivamente tutto il dì sei “impiegati”, pagati profumatamente dal nobile banchiere. E mentre il barone ringiovanisce, il nipote Ottavio sceglie di porgergli una visita interessata per sopprimerlo e intascarne l’eredità… proprio mentre un commando di ventiquattro banditi, anche loro tutti di nome Lamberto, assaltano l’isola e prendono tutti in ostaggio. Un sequestro in piena regola con elicotteri, polizia, armi spianate e il triste epilogo con la morte del Barone. O forse no? No, infatti: ma è difficile parlare di lieto fine in senso stretto, perché i sei impiegati cambieranno le carte in tavola con uno strano “regalo” al Barone.

Sono tantissime le cose che C’era due volte il Barone Lamberto contiene e che me lo hanno fatto amare, dal tipico linguaggio rodariano in cui molti di noi si sono più volte persi, alla trama incalzante che nel 1978, quando la novella è stata scritta, doveva essere anche piuttosto d’attualità in un periodo scuro della nostra Repubblica. Ma quello che più mi ha lasciato senza fiato, quello che mi ha fatto riflettere di più, è quello che manca.

In tutto il libro, fatte salve un paio di “comparse”, non ci sono bambini. Nessuno. Neanche un piccolo coprotagonista. Incredibile, vero? In realtà sto bluffando: uno c’è, ed è proprio alla fine del libro, ma non vi svelerò di chi si tratta. Sappiate solo che è il simbolo del grande riscatto per tutti i personaggi, e che abita un finale apertissimo e commovente.

E in tutto il libro, e qui mi riallaccio al discorso sul “lieto fine” delle fiabe classiche, manca un altro ingrediente importante: non c’è l’amore. Davvero. O meglio, quello che ci immaginiamo: principe e principessa, o anche semplicemente marito e moglie o corteggiante e corteggiata. Nulla. O meglio: c’è la signorina Delfina, piacente impiegata del gruppo dei sei Lamberto-ripetenti, che a più riprese subisce avance improvvise degli altri abitanti dell’isola, persino dal Barone. Le rimanda tutte al mittente con solida sicurezza e motivazioni impeccabili, impersonificando così la realtà dell’amore contro la sua rappresentazione “magica”: “e vissero felici e contenti” non è il grande sogno, essere se stessi lo è molto di più. Leggetelo, ci troverete la vita vera.

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