#caremusematematiche

Quando morì Leonardo Sinisgalli, alla fine di gennaio del 1981, sul Corriere della Sera Giuliano Gramigna pubblicò un articolo che aveva questo titolo: Care muse matematiche. Era un coccodrillo abbastanza lungo, si vedeva che Gramigna avesse conosciuto di persona Sinisgalli, anche se il suo testo godeva di un equilibrio che non lo lasciava trapelare. Le «care muse matematiche» erano quelle che Sinisgalli aveva visto da ragazzo e ce le aveva raccontate in una delle sue più misteriose poesie, Vidi le Muse appunto, così rilevante da dare il titolo anche a un suo libro di versi, il primo pubblicato da Mondadori nel 1943, forse il suo importante come poeta. Non erano le donne che danzavano sulle rive dei fiumi, a piedi nudi sui prati, come avevano detto i poeti del tempo di Omero e i suoi discendenti, che un po’ credevano davvero a queste benedette Muse. Piuttosto erano uccelli dalla voce sgraziata, uccellacci e non uccellini, che stavano appollaiati sulle querce e si cibavano di ghiande, come i maiali nella Bibbia. Che razza di poesia poteva venire fuori da un autore che dichiarava di aver fatto questo brutto sogno? L’articolo di Gramigna non rispondeva a questa domanda. Si dilungava sulla vita di quest’autore che era stato ingegnere e aveva lavorato per importanti industrie, parlava dei suoi tanti libri, accennava al tentativo (che Sinisgalli aveva fatto) di mettere in collegamento le parole e le formule, le lettere dell’alfabeto e i numeri contati sul pallottoliere: uno, due, tre… A me l’articolo piacque perché conteneva nel titolo quel termine – matematiche – che mi ricordava un mondo a me ostile (non sono mai stato bravo nel fare calcoli e ancora adesso una divisione a due cifre mi mette in difficoltà) e tuttavia profondo, enigmatico, essenziale nel suo alfabeto che era arrivato a noi seguendo le rotte dei cavalli arabi e dei cammelli nel deserto, tanto che Sinisgalli amava definirsi “musulmano avido di odori”, che era un po’ come dire: appartengo anch’io alla razza dei beduini. Matematiche erano le muse di questo ingegnere ed era anche sulla copertina di un libro dal volto cangiante: non era un romanzo, non era una raccolta di poesie, non era un diario, non era un saggio, non era un dialogo, eppure rispondeva a tutti questi generi e, proprio per questo suo aspetto di infinita ebollizione, trasmetteva l’idea di un terremoto, di un vento, di un temporale. Si chiamava Furor mathematicus. Sinisgalli lo pubblicò a quarantadue anni, nel 1950, quando abitava ancora a Milano. Io ripetevo spesso questo titolo: furor mathematicus…, furor mathematicus… E non nascondo che, se a un certo punto ho deciso di andare a studiare a Milano, era per capire come fosse la città dove Sinisgalli aveva scritto questo libro che metteva soggezione già solo a pronunciare il titolo, per comprendere dove danzassero queste muse matematiche o se invece era tutta una finta – io che credevo a una Milano di palazzi grigi e con le grondaie sempre piene d’acqua – e lassù, in quella città alla fine della grande pianura che Carlo Levi aveva chiamato le «campagne matematiche», non c’era posto per alcuna musa, solo ciminiere e pennacchi di fumo. Cercai le strade di Sinisgalli, cercai le case dove aveva abitato e i luoghi che aveva frequentato, il Caffè Craja, la Galleria del Milione, le redazioni di «Casabella» e «Domus». Mi ripetevo gli unici versi presenti dentro un mare di calcoli, che avevo imparato a memoria: …l’inverno, la poca vista, / il primo gelo che riflette / i fuochi delle sigarette / sulla pista… Andai perfino a bussare al Corriere della Sera per proporre a Giuliano Gramigna la domanda che mi tormentava da un anno: «Che razza di poesia poteva venire fuori da uno che aveva visto gli uccellacci?» Gramigna mi sorrise e parlò d’altro. Se non mi rispondeva lui che aveva scritto l’articolo, chi altri poteva farlo? Mentre uscivo dal palazzo di via Solferino, vidi un’ombra che mi camminava davanti. Dall’impermeabile chiaro riconobbi che era Sinisgalli. Gli andai dietro, senza farmi accorgere, e mentre camminavo dicevo: vedrai che adesso ti porta dalle muse matematiche.

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