#autunnopiovosodiPavese

L’autunno piovoso in cui scrivevo la tesi di laurea comprai La luna e i falò di Cesare Pavese. Era un tascabile Einaudi, con un disegno di Camille Pisarro sulla copertina, dove si vedeva un contadino attento a sistemare uno spaventapasseri dentro i filari di una vigna.

L’immagine mi rendeva il libro familiare, come se il contadino che era curvo sulla vigna avesse parentela con la tradizione della famiglia di mia madre. Anche il titolo invitava a sentirmi un po’ a casa mia e questi particolari – il titolo e la copertina – furono il pretesto per mettermi subito sulle tracce di Nuto e di Anguilla, sui campi imbevuti di memoria che bagnavano di nostalgia chi era tornato dall’America e sul suono del clarino che era come un grande mantello poggiato sopra i tetti delle cascine langarole.

Quell’autunno era così piovoso che nella mia cameretta di collegio si sentiva odore di mele selvatiche. Era colpa dell’umido, non perché ci fossero davvero questi frutti appesi al soffitto, come avevo visto fare nelle case degli antenati, eppure era un odore che rimandava ugualmente a stagioni precedenti, a un mondo di astuzie autunnali, quando in ogni famiglia si pensava ad accumulare cibo per affrontare il grande letargo dell’inverno o si contavano i giorni che rimanevano alle fiere.

Stavo sperimentando quale senso avesse avuto il prepararsi alle incognite del freddo, mi proiettavo anch’io in una dimensione accorta e sparagnina e sembrava che l’odore delle mele uscisse dal libro di Pavese, dalla sua scrittura che la quarta di copertina definiva geometrica. Geometrica mi dava l’idea di una limpidezza esatta, quasi la memoria fosse una strada di cristalli da percorrere nella luce del mattino.

Purtroppo quell’autunno si rivelava in una consistenza d’acqua, era manchevole di luce e forse sarà stato l’asfissiante clima crepuscolare a suggerirmi due parole che mi ero appuntato sopra uno dei foglietti e che consideravo già allora alla stregua dei sentimenti gozzaniani: piagnose e lacrimose. Dovrei controllare su qualche edizione, ma credo mi arrivassero direttamente da uno dei racconti di Giovanni Verga, forse Rosso malpelo, letto qualche anno prima, ma poi, per uno di quei salti inconsapevoli, adottate pensando a due bambine di scuola elementare, Laura e Teresa, due sorelle, che vivevano presso le suore della Mater Misericordia, al mio paese.

Laura e Teresa, per me, avevano rappresentato il limite oltre il quale si apriva la peggior voragine che un’infanzia potesse aprire e cioè l’idea di una vita senza genitori, lontana dalle voci di casa e da quel senso di appartenenza che ti avrebbe fatto sentire una radice piantata in un terreno fertile. Sarà stato l’autunno della tesi di laurea, sarà stata la lettura di un libro elegiaco come La luna e i falò, certo però che le due parole che mi rimbalzavano in quell’ottobre molesto, dandomi il senso di una letteratura che non sarebbe stata soltanto commedia, ma epicedio di una vita interiore: quella dove i campi si riempiono di pioggia e l’acqua di questa pioggia influenza il timbro di voce fino a farsi sentire soli sopra un pezzo di memoria destinata all’estinzione.

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