#atlanti

Vi è mai capitato di partecipare a un corso di scrittura creativa? No? Peccato, perché davvero: è fantastico. Io ne ho frequentato solo uno, piccolino e mirato, con un autore di libri per bambini affermato e a cui sono molto affezionato. Ho scoperto come si sceneggia una trama, e quindi sostanzialmente come si porta a casa un’idea – o come la formula migliore vuole che si conduca – e ho imparato alcuni meccanismi per farsele direttamente venire, le idee, che se normalmente non mancano ogni tanto un po’ di carburante alla fantasia bisogna metterlo. Peraltro, una cosa importante di cui ho preso coscienza quella volta è che puoi avere i cassetti pieni di storie, sul serio, praticamente tutti li abbiamo. Alcune persino fenomenali, roba da best-seller garantito. Solo che il vero genio non è quello che ha la trovata perfetta: è quello che arriva a gestirla fino alla parola FINE.

Per chi scrive, comunque, è inevitabile concentrare tutto sulla trama: lavorare sugli intrecci, sugli avvenimenti, sul ritmo è la prima cosa. Succede questo, poi questo, nel frattempo una sottotrama porta avanti quello e quell’altro, il momento di disperazione dell’eroe, l’antagonista che giunge a un passo dalla conquista, la rivincita, il cerchio che si chiude. Tutto impeccabile, la tensione, lo scioglimento, wow. Oppure, viceversa, una battaglia persa, la vita che dice la sua, una sconfitta imprevista; il romanzo di formazione, un percorso personale che attraverso vicissitudini di ogni sorta porta il protagonista a comprendere finalmente il suo posto nel mondo, o le sue possibilità in questo senso. Tutto fantastico, eh. Però manca sempre qualcosa. Cosa?

Beh, tutto il resto. Ad esempio i personaggi. Le loro sensazioni, le emozioni, il comportamento, le reazioni, persino le patologie o gli atteggiamenti: è così difficile “programmarli”, già. O il contesto: dove si svolge il tutto, e quando? Ok, sotto casa tua, nel tuo quartiere, nella tua città, in un luogo che conosci perfettamente: ma perché non rischiare e sparare più lontano? Insomma, va bene saper cucinare, ma l’impiattamento perdinci, quello può fare una grandissima differenza. Ecco perché mi sono comprato tre Atlanti davvero speciali che ho letto avidamente e che faccio fatica a mettere al loro posto sullo scaffale: sì, ok, perché sullo scaffale non c’è più posto; ma anche perché ogni dieci minuti mi viene voglia di aprirli a caso e partire ad inventare qualcosa. Non ci credete? Guardate che lo faccio sul serio.

Nick Middleton, Atlante dei paesi che non esistono, Rizzoli, 2015

50 nazioni che non ne hanno ancora raggiunto l’agognato status, per i motivi più disparati: Taiwan ad esempio ha da sempre il veto della Cina per quanto riguarda l’ONU, o il Tibet non ha bisogno di molte altre presentazioni. Da noi Seborga, in Liguria, è un caso emblematico: sapevate che esiste come principato più o meno autonomo perché, semplicemente, è da mille anni che i Savoia se lo scordano dalle carte? Ditemi se non è o no un’ambientazione pazzesca per un romanzo. O la Circassia, in pieno Caucaso: l’ultimo abitante a parlare l’antichissima lingua ubykh morì nel 1992, dopo che per quasi cento anni la Russia prima e l’URSS poi si erano dedicati a, uhm, come lo chiamiamo?, direi genocidio, via: ci sono le parole, usiamole. Pensate cosa potrebbe essere raccontare la sua storia! Anche se per me la Rutenia è assolutamente la scenografia perfetta per un racconto, e in un giorno preciso: il 15 marzo 1939, all’alba della seconda guerra mondiale, questo attuale pezzettino di Ucraina proclamò la propria indipendenza della Cecoslovacchia ad ora di pranzo; nemmeno il tempo di preparare la cena che l’esercito ungherese era già entrato con carri armati e fanteria chiarendo la faccenda. Neanche un giorno di vita.

E stiamo parlando solo dell’Europa, eh. Non vi viene voglia di scoprire il resto del mondo?

Tiffany Watt Smith, Atlante delle emozioni umane, UTET, 2017

Alzi la mano chi di voi non si è mai chiesto cosa diavolo sia l’accidia. Ok, ora alzi la mano chi come me ha sempre pensato che “una specie di inedia” fosse una risposta davvero stupida. Perfetto, sappiate che l’accidia era un’emozione percepita tra il IV e il VI secolo dopo Cristo, colpiva eremiti, monaci, chiunque avesse fatto scelte di vita piuttosto drastiche per l’epoca: ti trascinava in un vortice di ansie, domande, dubbi, paure, portandoti alla sregolatezza, all’isteria, alla ferocia, spesso al suicidio nei modi più assurdi (tipo uscire e correre nel deserto fino allo sfinimento). Se pensate che sia sostanzialmente la depressione vi sbagliate: era chiamato “il Diavolo di Mezzogiorno” perché arrivava all’improvviso tra il pranzo e il pomeriggio.

Ecco, vi ho fatto un rapido riassuntino di uno dei 150 paragrafi che descrivono emozioni e stati d’animo raccolti e decodificati in giro per il mondo: trovate sensazioni che talvolta avete provato ma su cui non vi siete soffermati, altre che mai in vita vostra proverete, altre ancora che sul vostro personaggio, o sul suo antagonista, calzerebbero alla perfezione. E mi raccomando, non provate a scavalcare l’introduzione: non vi guarderete più allo specchio allo stesso modo dopo averla letta.

Yanko Tsvetkov, Atlante dei pregiudizi, Rizzoli, 2016

Il capolavoro grafico e concettuale di questo autore bulgaro comincia con una divertente citazione da Bertrand Russell, filosofo che amo moltissimo, in cui racconta che Aristotele sostenesse che le donne hanno meno denti degli uomini, e che sebbene si fosse sposato due volte non avesse mai usato la fatica di controllare una tale delirante affermazione. Fa ridere, vero? Ecco, quando aprirete questo atlante alla pagina che riguarda l’Italia non riderete più. E non vi dico quanto vi incazzerete quando sfoglierete chessò, la pagina con la mappa dell’Europa vista dai latinoamericani; o vista dai russi, o peggio dagli svizzeri per cui siamo “il terzo mondo”. Sarà davvero così? Avete mai parlato con una quantità di svizzeri tale da… ok, non entrerò in quel maledetto meccanismo. Però vi assicuro che l’idea di mappare la percezione del mondo secondo i vari popoli è qualcosa di fantastico, e Tsvetkov – che come per tutte le idee geniali ha iniziato per scherzo, maledizione – ci ha messo una dose di umorismo, spesso sarcastico, che dà al suo studio un taglio particolarmente ammaliante. Ok, non c’è il mondo visto dai ruteni; però nel caso voleste “farcire” di personaggi particolari la vostra storia, magari con un killer svizzero, varcando il San Gottardo potrete fargli sussurrare un sommesso ‘aiutiamoli a casa loro’ con cui perculare la guardia di finanza appena sfrecciato oltre sulla sua Opel Astra bianca. Per dire.

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