#aspettandocelestino

Negli anni universitari, quando l’incertezza favoriva l’incedere di domande assai più ultimative di quanto ci si potesse aspettare da un’età di passaggio, la lettura di Ignazio Silone rappresentò la scoperta di una interiorità. Non tanto il suo libro celebrato Fontamara: un romanzo dove suonano i tamburi di un Meridione povero e disperato, un’esperienza di vita partecipata e comunitaria, a cui l’utopia di una lotta politica aggiungeva speranze prossime a rimanere deluse. Quanto la più sofferta e radicale delle sue storie, L’avventura di un povero cristiano, che è il libro di una fuga (dal mondo, dal potere), il romanzo di una inquietudine morale a cui non c’è soluzione se non la demolizione di ogni convenzione umana.

Celestino V, il personaggio cardine di questa vicenda, mi dava l’opportunità di conoscere la via di un cristianesimo senza preti e senza sagrestie, quello che io cercavo mentre si sfocavano in me i segni dell’adolescenza e si spalancavano le porte di una vita trapiantata in altre geografie. Quest’uomo era stato strappato dalla caverna dove viveva, lo avevano costretto a togliersi di dosso la tonaca rammendata e stinta per fargli indossare abiti eleganti, paramenti colorati e lussuosi. Lo avevano fatto re, ma la sua natura di umile ribelle lo avrebbe presto portato a rinunciare a qualsiasi cosa lo tenesse lontano dalle sue montagne, che erano un ammasso di pietre e nulla più, in luogo di desolata luce.

Io non conoscevo il punto preciso in cui era vissuto Celestino, su quale giaciglio avesse poggiato il capo la notte o cosa cercasse tra le pietraie dell’Abruzzo. E il luogo del suo esistere lo immaginavo come una enorme conca tra due ali di montagna, una vallata di vento che portava gli annunci di albe lontane. Non era soltanto una parvenza di Abruzzo, era la nozione di un Appennino che avvolgeva e parlava con la voce di Dio, la voce dei profeti, la voce dei santi. Non avrei mai potuto immaginare Celestino se non tra i dirupi di quel mondo che esisteva dentro l’Italia minore, l’Italia dell’entroterra.

Ed esisteva anche dentro di me. Lo intuivo quando mi capitava di percorrere in treno l’Adriatico, nei numerosi andirivieni tra Milano e la mia terra di origine e spesso, nei viaggi invernali, le punte dell’Appennino rilucevano con il chiarore delle nevi che si ammassavano dalla parte opposta a quella del mare. Nessuno dei viaggiatori seduti di fianco parlava, ma la neve lontana faceva compagnia alla solitudine di quei momenti e dava un senso di innocenza allo scompartimento dove eravamo, indicava una via di fuga al bisogno di immaginare un altro paradiso, diverso e alternativo rispetto a quello raccontato dai preti: un paradiso di gente infreddolita e precaria, provvisoria come lo è l’esistere aggrappati alle coste dell’Appennino, che quest’uomo non aveva voluto abbandonare nemmeno per diventare re di una religione dai paramenti troppo sgargianti per la sua natura appartata.

Celestino era lassù, tra le nevi dei miei inverni di studente fuori sede, a chiedersi dove fosse Dio. Prima o poi lo avrebbe scovato e magari sarebbe venuto perfino a dirmelo, in una delle notti in cui il treno scivolava sui binari e accarezzava la linea del mare.

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