#alittlehorrorstory

Ricordo ancora molto bene la sensazione che provavo da bambina quando leggevo un libro di paura.

Che fossero i Piccoli brividi, che divoravo in un pomeriggio, oppure romanzi dell’orrore per i bambini, quando riuscivano nel loro intento primario, ovvero spaventarmi, la reazione era sempre la stessa, molto fisica.

Un senso di gelo lungo la schiena, che saliva e si propagava per tutto il corpo, facendomi girare la testa e dandomi la sensazione di essere immobilizzata sulla poltrona su cui mi ero rannicchiata a leggere.

Uno spavento che mi faceva pensare di essere in uno stato di vero pericolo, impedendomi però di muovermi e di scappare (verso dove, poi? Tutte quelle immagini erano fissate indelebilmente nella mia testa!).

Eppure mi piaceva, e un sacco, anche, e alla volta successiva in biblioteca il mio sguardo andava di nuovo verso la narrativa horror.

Sia ben chiaro, non ho mai letto solo questo genere, anzi direi che le mie letture erano e sono composte di un buon 90% di romanzi di altri generi e di un 10% di horror.

Eppure, spesso ci torno, con una sensazione un po’ di colpa e di piacere proibito.

Durante il Natale scorso, stavo facendo un giro con il mio fidanzato per le vie del centro di Susa addobbate a festa, tra lucine colorate e babbi natale appesi.

Entriamo in questa libreria bellissima, con un senso di tepore e di pace immediato, e iniziamo a girare tra i tantissimi scaffali dedicati a classici e novità.

Scopro una seconda stanza, dedicata alla letteratura per l’infanzia (che amo, mi faccio ancora regalare a trent’anni libri per bambini!) e ai libri usati.

Spesso, tra questi ultimi, si trovano delle chicche, e così è stato.

Il mio cuore ha mancato un battito e l’eccitazione si è impossessata di me quando ho trovato, tra gli altri libri impilati, “La casa delle vacanze” di Clive Barker.

Oggi sò che è un grande scrittore di letteratura horror per adulti.

Da bambina sapevo solo che quel libro mi stava terrorizzando, ma soprattutto turbando, oltre la mia soglia di sopportazione.

Feci una cosa che non faccio quasi mai: lo abbandonai a metà, senza più il coraggio di continuarlo.

Quando tornavo in biblioteca, nei mesi dopo, superavo sempre lo scaffale che lo conteneva con un senso di disagio e di stretta allo stomaco.

Per questo, quando me lo sono trovato davanti, quasi quindici anni dopo, l’ho visto come un piccolo tesoro e l’ho acquistato: il fatto che fosse usato mi dava ancora più l’impressione di essere tornata a quel momento in cui, da bambina, l’avevo messo da parte senza più riuscire a leggerlo. Era arrivato il mio momento ed ero curiosissima di vedere che effetto mi avrebbe fatto e se fosse ancora in grado di spaventarmi come allora.

Il libro l’ho divorato, continuando a leggere tutto il pomeriggio fino a quando è arrivata la sera, mentre attorno a me la luce cambiava e il mio fidanzato iniziava ad affaccendarsi per preparare cena. Mi ha spaventato? Sì, tanto, anche se, come immaginavo, un pochetto avevo perso quella capacità di sospendere il giudizio e di calarmi nella storia, facendomi rapire e spaventare.

I miei bei brividi, però, li ho provati comunque, ed è stato bellissimo!

É questo che fa con me la (buona) letteratura horror: mi fa tornare per un attimo bambina, mi fa immergere in mondi impossibili, paure ataviche e storie piene di personaggi malvagi.

Questo lo fa anche il fantasy, come mi è stato fatto notare di recente: quello che gli manca è però il senso di una minaccia incombente, che quando riemergi da quelle pagine ti fa ridimensionare tutti i tuoi problemi quotidiani, pensando: “Beh, però, in fondo non devo lottare per avere salva la pelle, forse non mi è andata poi tanto male!”.

Crescendo, poi, ho cambiato genere horror preferito: se prima erano mostri e altre minacce ad attirarmi, ho iniziato a prediligere l’horror psicologico, quello in cui non sai e non capisci (e forse non capirai neanche alla fine) se i fantasmi ci siano davvero o se il narratore sia pazzo.

Due titoli su tutti, per me? “Il giro di vite” di Henry James e “L’incubo di Hill House” di Shirley Jackson.

Ho poi iniziato a leggere Stephen King, che amo per la sua capacità di narrare l’infanzia e l’adolescenza come nessun altro, per me, e per la forza dei legami, di amicizia e di amore, che sono capaci di vincere il Male facendoci sognare almeno un po’, nei suoi libri.

Forse che, crescendo, cambino anche i tipi di brividi di cui si va in cerca?

L’horror ci aiuta a raccontarci delle storie e a rafforzare la nostra percezione del Bene e del Male: se volete fare un meraviglioso tuffo nel genere e guardare agli scrittori di horror come a dei bambini mai cresciuti, dovete leggere assolutamente “Danse macabre” del maestro King.

Non ve ne pentirete, se non di notte, forse, quando vi chiederete se quel rumore…

Buoni brividi a tutti!

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