#abitiamolamemoria

Prima o poi doveva capitare che io leggessi Il male oscuro di Giuseppe Berto: un libro che mi aveva sempre spaventato (forse per il titolo, forse perché Berto era morto il 1 novembre, giorno dedicato alle visite ai cimiteri) e che mi limitavo a visitare solo di rado, passandoci sul dorso la mano, come si fa con gli oggetti che temiamo e cerchiamo di tenerci buoni.

Questo era stato Il male oscuro per me, almeno fino a quando il nome di Berto non è entrato nella mia vita, nel 2001, vincendo con il mio primo romanzo il premio a lui intitolato. Ma arriva sempre il giorno in cui un libro invoca la tua attenzione, chiede di essere letto. E questo è accaduto nell’estate di quell’anno, complice il viaggio a Mogliano Veneto e a Ricadi, i due paesi della geografia di questo scrittore, uno dov’è nato, l’altro dov’è morto e sepolto, uno nella pianura segnata da canali e pioppi, l’altro a ridosso sul mare di Capo Vaticano, dove Berto si costruì un proprio paradiso e ci mise radici.

Leggevo il libro conservando il ricordo delle strade venete e dei promontori calabresi. Più leggevo, più mi accorgevo che la sua scrittura somigliava ai luoghi visitati: non aveva virgole, scorreva dritta in una corsa a perdifiato, ignorava gli ostacoli che si trovava incontro, era identica allo spalancarsi della pianura che dalla laguna si estende fino alle alpi piemontesi. Era un narrare pianeggiante e irruento, come un terreno gonfio d’acqua che scorre e si ferma, trova una concavità e si arresta.

Berto chiede l’armistizio alla morte per combattere una propria, personale guerra con il padre: la figura più ingombrante della sua vita, il personaggio cardine da cui discendono le nevrosi dell’io narrante, che finiscono per essere le stesse dell’autore. Siamo orfani e soli sulla terra: questo dice il romanzo. Siamo abbandonati alla nostra fragilità, ma abbiamo il dovere (oltre che il diritto) di cercare il nostro paradiso, scovare una geografia dove far scorrere il nostro sangue.

Un uomo che passa la sua adolescenza in collegio, che è figlio di un carabiniere in pensione, che viene da una famiglia di cappellaio e che sente dentro la lingua di un Veneto contadino cerca ovunque la strada per chiudere la sua guerra con la morte. E nel frattempo sente dolore nel corpo e nell’anima, si ammala ma non muore, si cura ma non guarisce, fino a quando non scopre il continente sommerso che dà ristoro alla sua anima.

Quel continente non è soltanto il promontorio di Capo Vaticano, dove Berto si costruirà con le proprie mani il sua memorabile buen retiro, non è lo sperone di roccia a picco sul mare dove si sentirà per sempre Hemingway. Ma è un luogo favoloso, probabilmente introvabile sulle cartine di qualsiasi atlante perché fuori dalle consuete rotte della storia, fuori dallo spazio e dal tempo in cui siamo abituati quotidianamente a vivere. Di questo luogo Berto non ci dice il nome, non ci indica con quali strade trovarlo. Ci dice solo che ha le dimensioni di una terra che appartiene al passato del padre, dunque è qualcosa che esiste solo grazie al racconto che questo padre-padrone si degnava di fare ogni tanto all’io narrante. «Ora io non ho paese né luogo al mondo» scrive Berto alla fine del suo libro, «ho solo questa terra dei suoi racconti e della sua memoria, questa è la terra alla quale posso ancora in qualche modo appartenere».

Siamo cittadini di città che qualcuno, prima di noi, ha raccontato. Abitiamo la memoria di altri che bene o male ci hanno preceduto e a nostra volta saremo sogni per successive memorie, i nostri racconti diventeranno terra o paradiso per chi verrà dopo.

Un commento

  1. Clara Farina
    10 febbraio 2017
    Rispondi

    Il mio papa’ ha vissuto la sua infanzia e in parte la sua adolescenza a Pola, non mi ha mai parlato di quei luoghi , io , sbagliando non ho mai voluto sapere e non so perche’.
    Sono stata, da adulta in quella citta’, ma mi sarebbe tanto piaciuto vederla, anzi rivederla con i suoi occhi. Era un uomo che parlava poco di se’ e so di aver perso per questo motivo molto di del mio papa’
    Il tuo scritto mi ha fatto pensare a lui.

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