#asediciannimisentivotriestino

All’età del liceo credo di essermi sentito triestino. Leggevo Il mio Carso di Scipio Slataper, mi interessavo a quel gruppo di giovani scrittori, amici di Slataper, che morirono in guerra, e quando mi decisi a scrivere il primo dei miei tanti racconti finiti chissà dove, quando mi sentii pronto per tentare l’avventura delle mie dita sui tasti della macchina da scrivere di mio padre, scelsi per il personaggio il nome di Giani, come Giani Stuparich, un altro di quegli scrittori.

Il ragazzo che si chiamava Giani e che era il protagonista del mio racconto era più o meno come me: stava solo, voleva essere amato, aveva paura di essere nel punto sbagliato del mondo. Giani era sì un triestino, ma un triestino nato sull’Appennino, se questo fosse possibile, troppo poco espansivo per essere felice ma neppure così sicuro di diventare adulto. Aspettava e cercava, cosa non si sa, forse il futuro che si manifestasse con un lanternino acceso. Cercava e aspettava. Il racconto languiva in una palude di desideri e di vigilie: cosa voleva fare, della sua vita, questo Giani mezzo adriatico e mezzo appenninico?

La conferma che Trieste a quell’epoca fosse nei miei pensieri, sbattuta dalla bora e accarezzata dal mare, sconosciuta e lontana; la conferma che questa città potesse essere una delle patrie alternative dove avrei potuto vivere se mi fossi chiamato Giani, arrivò in un autunno quando ci portarono ad Assisi, la nostra classe del liceo insieme ad altre classi, per un convegno su Italo Svevo.

Alloggiavamo in una struttura chiamata La Cittadella, un luogo che dai racconti di mio padre era abitato da gente dalla tempra troppo religiosa per un ragazzo che avrebbe potuto trovarsi in guerra come il vero Giani Stuparich. In più eravamo nel cuore di un ottobre soleggiato e le cime dell’Appennino lasciavano un segno troppo marcato di quella bellezza cristiana che io trovavo solo in Umbria e da nessun’altra parte. Ad Assisi non c’era il mare come nella Trieste di Svevo e questo forse contribuì a farmi sentire dentro una barca parcheggiata sui monti, cioè da nessuna parte, simile a un abitante di una nazione immaginaria a cui riuscivo a mala pena a dare il nome di cristianesimo ed era una nazione che aveva sede proprio in quella Cittadella, contornata da alberi verdi e di fumo bruciato.

Con quello stesso nome – Cittadella – avevano trasmesso uno sceneggiato in tv, tratto da un romanzo di Cronin, una storia che aveva attratto molto l’attenzione dei miei genitori e dove si raccontava la vicenda di un uomo che guardava il cielo, come facevo io nei giorni di Assisi, mentre nelle stanze della Cittadella si parlava di Trieste e di Svevo. Cosa cercassi di capire è una verità che non mi apparteneva nemmeno allora, come non mi appartiene oggi. Quel che so è che tornai a casa con l’impressione di aver abitato in una Trieste di osterie e di giardini pubblici, umbratile e pomeridiana, mezza italiana e mezza straniera. So anche che appena un mese dopo il ritorno da Assisi la mia terra ebbe un dolore profondo a cui diedero il nome di terremoto.

Nella paura di quei giorni, tra i morti sotto terra e le case dirupate, non c’era più tempo per sentirmi triestino. Il dolore diffuso nelle viscere della terra mi allontanava dal mare Adriatico per consegnarmi in grembo all’Appennino e là ci rimasi il tempo necessario per sentire questo dolore provato dalla terra e non dimenticarlo più.

Un commento

  1. melo la licata
    1 ottobre 2018
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    TRIESTE

    Trieste? Ci ho vissuto!
    Erta sant’Anna, la via per Opicina,
    ne esploravamo le svolte segrete,
    le viste di azzurro interminato, gli spiazzi tortuosi.
    Tu, Targeste, mi pareva spiassi
    dai giardini nascosti tra gli orti scoscesi.
    Dai tuoi moli abbiamo lanciato
    lacrimevoli o festanti, lontananti saluti.

    Non un chicco d’ambra baltica
    recavano le tue donne tra i capelli,
    ma un riflesso di sole mediterraneo.
    Non le abbiamo baciate per non farle arrossire:
    eran fiori troppo belli, che non abbiamo colto,
    per non farli appassire.

    Dove la terra inabissandosi diventa mare
    t’abbiamo passeggiata col cuore, sulle rive;
    abbiamo goduto la tua luce, a San Giusto;
    AmiScabar ci ha offerto i tuoi sapori;
    abbiamo ascoltato la tua voce
    ululante, fischiante, ghiacciante.
    Bora scura, bora chiara,
    vento di tramontana, in certe notte suoni
    l’orchestra dei camini per un concerto d’ansie.
    Bora scura, bora chiara,
    vento di tramontana
    arrivando dal mare ci respingevi….
    da quelle propaggini di continente
    che sta inondando il golfo.
    Non riesco a raggiungerti, ma
    se io ti vedo, forse, tu
    puoi sentirmi
    Opicina! Opicina!
    gigante di pietra! Targeste!
    hai ancora flussi sanguigni di acque sorgive;
    hai foibe come stomaci capienti;
    esofagi, inghiottitoi e gole nelle bianche ossa di calcare
    e capelli e barbe e velli boschivi;
    gli uomini torneranno, ancora, a nutrirti
    al primo fremito di follia.
    Tu griderai ancora di dispiacere
    nelle notti di
    bora scura, di bora chiara,
    di vento di tramontana.

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